A futura memoria

L’Associazione Amici di Leonardo Sciascia e l’incontro “Sul caso giustizia, sul caso Sciascia, e sui casi nostri” -A futura memoria (se la memoria ha un futuro)

Ero rimasto colpito dal vedere una mia riflessione, contenuta nel libro Raccolta appena pubblicata quest’anno, comparire per volontà della redazione nel sito degli Amici di Leonardo Sciascia. Era, ed è, un commento al libro curato da Paolo Squillacioti “Fine del carabiniere a cavallo”; la redazione titolava l’intervento “Cosa può diventare un giornale di provincia”, ed era quanto mai azzeccato quel titolo, perché ciò che si voleva sottolineare in quelle righe era proprio il ruolo che potrebbero avere oggi i giornali, nei riguardi della cultura, sull’esempio di quanto era accaduto alla Gazzetta di Parma negli anni cinquanta con l’inserto Il Raccoglitore. Esperienza ricordata da Leonardo Sciascia nell’articolo che era stato scritto in occasione degli ottant’anni di Borges.

Siamo al primo aprile di questo 2017 e ritroviamo lo stesso Paolo Squillacioti in uno dei luoghi dove meglio non si potrebbe   pensare accadesse, presentare “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)”: la Fondazione Leonardo Sciascia a Racalmuto.

La presentazione dell’opera è inserita nell’ambito di una tavola rotonda titolata: “Sul caso giustizia, sul caso Sciascia, e sui casi nostri”. Burocraticamente e per dovere di cronaca si dirà quanto segue. La tavola rotonda è stata condotta da Giusepper Di Leo di Radio Radicale, giornalista vaticanista, dopo i saluti di rito del presidente dell’Associazione, del Sindaco e dell’assessore alla cultura, sono intervenuti: Paolo Squillacioti, Ricciarda Ricorda nata a Piacenza, dell’università Cà Foscari di Venezia, Gianfranco Spadaccia parlamentare già segretario del Partito Radicale, Valter Vecellio giornalista televisivo e direttore di testate telematiche e Felice Cavallaro giornalista del Corriere della Sera.

L’incontro è stato quanto mai interessante e vivace: diversamente non poteva essere, considerato il tono degli articoli contenuti nel libro in questione, cui hanno fatto riferimento tutte le personalità intervenute.

Sciascia fu l’ultimo libro che vergò di suo pugno: novembre 1989, appose all’Introduzione. Morì il venti dello stesso mese. Era, quel libro, un testamento, un ultimo tentativo di sottolineare le sue affermazioni (analisi ed intuizioni) pubblicate su vari giornali dal 1979 al 1988. Sappiamo tutti di quale virulenza furono capaci i detrattori ed i mistificatori nei riguardi del suo impegno politico nella lotta alla mafia e non solo. Quegli scritti contenevano anche la famosa querelle sui professionisti dell’antimafia. L’intervento sui professionisti dell’antimafia puntualmente torna alla ribalta della cronaca ad ogni anniversario, qualsiasi scusa sembra buona per parlar (alcuni sparlare) di quell’intervento che, malgrado noi, dimostra ancora ad ogni piè sospinto, ce ne fosse di bisogno, la sua attualità e verità. E del suo impuntarsi nella puntigliosa descrizione di una verità fine ultimo, non solo della giustizia ma, ferma convinzione di Sciascia, della scrittura tout court, il libro ne è completo e consapevole testimone!

Una società civile si dovrebbe basare semplicemente e costantemente sul concetto di “diritto”, un diritto che fonda la sua ragion d’essere “nel ragionare” , nei ragionamenti che si possono condividere ma anche confutare e criticare ma mai sulle opinioni che sono istintive, spesso irrazionali e come tali fuori da ogni logica.

Il diritto come valore, oltre che giuridico, culturale soprattutto, diretto discendente della razionalità illuminista (parliamo del Montesquieu dello Spirito delle leggi,e di Voltaire del Trattato sulla tolleranza).

Sappiamo invece come è stato applicato (o meglio disapplicato) il diritto e conseguentemente quanti e quali mostri ha invece generato in una Repubblica costituzionale e democratica come si presume essere quella italiana.   Si diceva che l’incontro era dedicato alla giustizia, leitmotiv dell’opera sciasciana che di diritto e di giustizia ha sempre trattato, ragionando e scrivendo di mafia, come sul pentitismo o sull’errore giudiziario.

Dopo più di mezzo secolo, Il giorno della civetta fu pubblicato nel 1961, c’è ancora chi sostiene che don Mariano Arena è figura apologetica della mafia, una sorta di illustrazione positiva del mafioso o, chi si indigna ancora nel conoscere la verità sulla figura del capitano Bellodi: non era Dalla Chiesa il referente storico ma un altro ufficiale dei carabinieri, Renato Candida, pugliese, comandante del raggruppamento di Agrigento.

Questo ed altro contiene il libro, fatti e misfatti conosciuti da tutti (o quasi), un testamento da leggere e rileggere perché la verità se è tale (e nel nostro caso lo è) rimane tale nel tempo, non potendo essere ricostruita a piacere, né ipotizzata secondo pareri personali.

L’occasione di questo incontro pubblico su Sciascia è stata fornita dai lavori della venticinquesima Assemblea dei Soci degli Amici di Leonardo Sciascia, che hanno scelto quest’anno come sede per riunirsi proprio Racalmuto, alla Fondazione dello scrittore.

Parlare e descrivere le innumerevoli iniziative di questa Associazione sarebbe lavoro arduo e faticoso, considerando la valanga di iniziative già realizzate e di quelle programmate, chi mosso da interesse può sbirciare il loro sito, meglio sarebbe studiarselo, perché la scrittura come la lettura ha bisogno di tempo e riflessione e le loro iniziative ne meritano.

Un’Associazione, codesta che, promuovendo Sciascia, promuove la scrittura e la letteratura tutta, costituita da uomini e donne ”segni di una civiltà intellettuale che dalle nostre parti -come diceva Sciascia - è ignota” purtroppo!

Carmelo Sciascia

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