Dell'essere astemi

Questa caldissima estate del 2017 sarà ricordata anche per la vendemmia anticipata. I telegiornali hanno infatti dato notizia, già nella prima settimana di agosto, dell’inizio della vendemmia, causata dalle alte temperature che hanno fatto maturare le uve prima del consueto. E questo mi ha fatto ricordare un breve articolo di Leonardo Sciascia, intitolato “Le luci dei vini”, pubblicato sul numero del novembre 1986 della rivista Civiltà del bere.
   Nell’articolo, Sciascia scrisse che ogni volta che sentiva la parola ‘astemio’ gli tornava alla mente un aneddoto che aveva sentito da bambino: “Una volta – molti anni fa, poiché è un ricordo della mia infanzia – un gruppo di cacciatori del mio paese, dopo un’affannosa mattinata in cerca di lepri e conigli, che già cominciavano a scarseggiare, a riparo dalle ore più calde si rifugiò in una di quelle ospitali masserie che oggi si vedono in rovina. Il padrone offrì, per come si usava, ricotta e vino; ma uno del gruppo rifiutò il vino. ‘Lei è astemio?’, domandò il padrone di casa. ‘No, sono Tascarella da Racalmuto’, rispose l’astemio”.

   L’articolo di Sciascia mi colpì fin dal suo gustoso incipit, che ho appena riportato. E da allora, quando sento la parola ‘astemio’, subito la associo a “Tascarella da Racalmuto”; mentre invece, scrive Sciascia, “ogni volta che sento o penso o scrivo la parola ‘astemio’ (l’aneddoto, ndr) mi riaffiora; quasi fosse un nome proprio, alquanto raro, come Ascanio o Astolfo”. E prosegue: “E mi capita dunque frequentemente, poiché sono astemio: confessione che suona certamente strana, qui e ora. E specialmente mi capita quando mi trovo in compagnia di gente che beve; quando cioè il mio non bere diventa un elemento di particolarità, di isolata identità”.
   Il rapporto con il vino, tuttavia, non è esclusivamente gustativo. Può esservi infatti anche un rapporto di tipo visuale: che è quello che può correre tra il vino e una persona che non lo beve. E di questo tra l’altro racconta Sciascia nel suo articolo su Civiltà del bere. In cui si ha anche modo di assaporare – è il caso di dire – il verbo ‘arrubinare’, presente nei dizionari ma di uso alquanto raro, che Sciascia fa risalire a Boccaccio e che indica l’effetto cromatico che il vino rosso crea al momento di essere versato nel bicchiere: “Astemio – scrive Sciascia –. Ma non si creda che l’astemio non senta alcun rapporto col vino. Certamente – tutti gli astemi – godono di un rapporto col vino che si può senz’altro dire visuale e condensare nel verbo – che mi pare sia stato coniato da Boccaccio – di arrubinare.”
   Questo “godimento puramente estetico” può essere accostato alle “bevute visuali”, narrate da Lorenzo Magalotti: che invece consistevano in realissime bevute di acqua gelata da parte di persone a ciò retribuite, sotto gli occhi di altre persone che invece l’acqua non potevano berla, per divieto del medico. E commenta Sciascia: “… ma si riteneva fosse benefico il suscitare in loro ardente e insoddisfatta sete (la storia della medicina è anche fatta di cose simili)”. Di cose, si è tentati di aggiungere, che vagamente potrebbero essere accostate alla tortura.
   Per chiudere, una curiosità. All'aggettivo ‘astemio’ non si associa – io almeno non sono riuscito a trovarlo – un sostantivo che descriva lo stato in cui si trova la persona astemia: per cui, se un esaltato è in preda all’esaltazione; se un entusiasta si lascia trascinare dal suo entusiasmo; se un ubriaco è colui che si trova in stato di ubriachezza, un astemio è tale per il suo… essere astemio.
   Devo confessare che questo articolo lo lessi la prima volta – tradotto in inglese con il titolo “The lights of the wines” – nel numero di ottobre-dicembre 1986 di Italian wines and spirits, edizione di Civiltà del bere destinata ai mercati esteri. All’epoca prestavo servizio in una città dell’Asia, e l’ufficio riceveva, tra molte altre, anche la rivista dedicata al vino. Mai avrei immaginato di trovarci un articolo di Leonardo Sciascia. Quando, dieci anni dopo, ebbi la possibilità di leggere il testo originale, notai che, nella traduzione in una lingua spesso definita sintetica, si era come allungato. Non persi tempo a contare le parole del testo italiano e di quello inglese, ma a colpo d’occhio si notava che il secondo era più lungo del primo: anche a causa della necessità di chiarire il significato di alcune parole italiane più o meno intraducibili. La traduzione in inglese non era tuttavia impeccabile: a partire da astemio, tradotto in abstainer invece che nei più corretti abstemious o, meglio ancora, teetotaller: il quale è l’astemio per così dire assoluto.

Euclide Lo Giudice

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