Leonardo Sciascia non sapeva guidare, ovvero Sciascia e Simenon In evidenza

Leonardo Sciascia non sapeva guidare né, tantomeno, ebbe mai un’automobile. “L’automobile per me è il taxi, oppure quella degli amici – dichiarò in un’intervista comparsa su L’Automobile del 26 aprile 1983 –. La verità è che non ho mai avuto, nemmeno da ragazzo, la tentazione di imparare a guidare, di possedere quel certificato di maturità che per i giovanissimi è la patente di guida”.

  Anche l’avvocato Lucien Gobillot, io narrante di In caso di disgrazia di Georges Simenon (Adelphi, 2001), non sa guidare: ma, oltre all’automobile, ha anche l’autista. Un principe del foro parigino come lui, del resto, può permetterselo. Da giovane, agli inizi della sua fortunata carriera, ha tentato di prendere la patente, ma l’istruttore lo ha dissuaso: “Lasci perdere, avvocato. Ne ho visti altri come lei, e quasi sempre si tratta di persone dotate di intelligenza superiore. Ripresentandosi due o tre volte, magari riuscirebbe a passare l’esame, ma prima o poi le capiterebbe un incidente. Non fa per lei”.
  
Forse l’istruttore vuole soltanto essere gentile. Una cosa è dire brutalmente all’allievo che è negato per la guida, un’altra dirgli, con delicatezza, che una persona intelligente come lui non deve preoccuparsi di non saper guidare, perché è in ottima compagnia.
   Chissà se è mai stata fatta un’indagine sul rapporto tra il livello di intelligenza e il possesso della patente di guida, o comunque la capacità di guidare l’automobile: da cui magari effettivamente risulti che le persone più intelligenti non sanno guidare. Sia come sia, se da un lato l’affermazione dell’istruttore dell’avvocato Gobillot può essere interpretata come una forma di cortesia consolatoria, dall’altro sarebbe una semplice certificazione della verità, se riferita a Leonardo Sciascia: uomo della cui superiore intelligenza non si può dubitare.
   Dal romanzo di Simenon – pubblicato nel 1956 con il titolo En cas de malheur – Claude Autant-Lara trasse due anni dopo l’omonimo film, nel quale l’avvocato Gobillot era interpretato da Jean Gabin. Il titolo della versione italiana del film – La ragazza del peccato – metteva in risalto la protagonista femminile della vicenda, interpretata da una giovanissima Brigitte Bardot.
   Al rapporto tra Sciascia e Simenon è stata dedicata una giornata di studi, organizzata all’Università di Liegi il 9 dicembre 2014 da Danielle Bajomée e Luciano Curreri con la collaborazione di Giuseppe Traina. L’iniziativa era stata suggerita dalla coincidenza del venticinquesimo anniversario della scomparsa dei due scrittori (Simenon il 4 settembre e Sciascia il 20 novembre 1989). Gli atti del convegno sono stati pubblicati nel maggio 2015 nel volume numero 15 della collana “le bandiere” di Nerosubianco edizioni, dal titolo bilingue Per un racconto dello scacco. Simenon e Sciascia venticinque anni dopo e Pour un récit de l’échec. Simenon et Sciascia vingt-cinq ans après.
   “Apparentemente – scrivono gli organizzatori nella loro introduzione –, niente sembra unire i due uomini, né i due scrittori, entrambi autori di racconti polizieschi: il belga eccelle nell’arte del compromesso ed è spesso opportunista, mentre l’italiano è impegnato e radicale nelle sue scelte: uno stile abbastanza semplice e ‘facile da leggere’ sembra caratterizzare il papà di Maigret, mentre le pagine dell’autore di A ciascuno il suo (1966) sono ricche di citazioni e retoricamente molto elaborate”.
   Alla giornata di studi di Liegi ha preso parte anche Paolo Squillacioti, che da diversi anni cura per Adelphi la pubblicazione dei testi di Leonardo Sciascia, con in testa i poderosi volumi delle Opere nella collana La Nave Argo. Al completamento di quest’impresa filologica – grazie alla quale Squillacioti può essere considerato il maggiore studioso dell’opera sciasciana – manca ormai soltanto il secondo tomo del secondo volume, la cui uscita è prevista per il 2019. A Liegi, Squillacioti ha presentato il saggio “Tra sonno e veglia. Gli scritti di Sciascia su Simenon”, che è stato pubblicato nel volume degli atti e che contiene, come recita il titolo, la bibliografia degli scritti sciasciani su Simenon.
   Mentre non sembra che Simenon abbia letto Sciascia, questi ha scritto diversi articoli sullo scrittore belga, e nel suo saggio Squillacioti ne ha individuati nove, pubblicati su diversi giornali e riviste tra il 1954 e il 1983. Si tratta quindi di testi che coprono un trentennio, a conferma del continuo interesse di Sciascia per l’opera di Simenon. Ed è proprio uno di questi articoli, pubblicato su Paese Sera e su L’Ora nell’agosto 1961, che gli organizzatori della giornata di studi di Liegi hanno scelto di ripubblicare, con l’autorizzazione di Anna Maria e Laura Sciascia, per aprire il volume degli atti, subito dopo la loro introduzione.
   In questo articolo del 1961, Sciascia mette a confronto Georges Simenon e Dashiell Hammett, entrambi “scoperti” da André Gide: il quale intuì in Simenon la stoffa di un grande scrittore, ma giudicò grande anche l’autore di The Maltese Falcon nonché padre del detective Sam Spade, che gli era stato raccomandato da André Malraux. Su questo secondo giudizio Sciascia non concorda affatto: secondo lui, Hammett ha un posto importantissimo nella letteratura poliziesca, ma non è un grande scrittore, e anzi nemmeno uno scrittore, se non per il fatto di conoscere “il mestiere di scrivere, la tecnica del raccontare, la capacità di ordinare in forme nuove, violente e veloci, una materia pesantemente romanzesca”. Tutt’altro discorso va fatto per Simenon: “… in Hammett la tecnica non riesce a riscattare la materia narrativa; mentre in Simenon è connaturata ad essa, è stile, è umanità”.
  
Dopo aver riportato un giudizio di Alberto Savinio, risalente agli anni ’30 (“Redattore di romanzi mensili e popolari, Georges Simenon, sotto sotto, è un Dostojevski mancato”) – giudizio che considera “Una svista: Dostojevski non c’entra” – Sciascia cita un brano di un’intervista in cui al romanziere belga viene proposta una terna di scrittori – Balzac, Gogol, Dostojevski – tra i quali scegliere il suo “protettore”. Fra i tre, il creatore del commissario Maigret indica Gogol, al quale aggiunge, come secondo padrino, Cechov. Ed è sulle caratteristiche di questa coppia di scrittori che Sciascia costruisce il suo giudizio su Simenon, giudizio che qualsiasi lettore dei romanzi di Simenon, con o senza Maigret, non può non condividere: “Gogol e Cecov: lo scrittore che vede e lo scrittore che ama. E il vedere gli uomini e l’amarli si possono considerare come qualità peculiari di Simenon: qualità che permettono allo scrittore di giungere alla verità dell’uomo così come a Maigret permettono di giungere alla soluzione di un caso – scrive Sciascia. E prosegue – Il metodo di Maigret per giungere alla soluzione di un mistero poliziesco praticamente si ripete in tutti i romanzi di Simenon: è la tecnica narrativa di Simenon, il suo modo di ordinare la realtà, di darle un senso, di collegare le cause agli effetti, di far scaturire dal mistero la verità. Maigret vede: vede perché ama. Non c’è personaggio, nella letteratura contemporanea, che ami la vita e gli uomini quanto Maigret. Non c’è, dopo Cecov, scrittore che ami così profondamente, così minutamente, così religiosamente la vita e gli uomini come Georges Simenon”.
  
Dopo aver studiato il rapporto di Sciascia con Simenon, e averlo descritto nel saggio presentato a Liegi nel dicembre 2014, Paolo Squillacioti ha appena dato alle stampe una raccolta degli scritti sciasciani sulla letteratura poliziesca. Era inevitabile che ciò accadesse, prima o poi. Nell’ambito dell’opera di Sciascia, i gialli occupano un posto di primo piano. Alcuni dei suoi romanzi più famosi possono infatti essere definiti dei gialli: da Il giorno della civetta a Todo modo, da A ciascuno il suo a Il contesto. Una parodia, dal crepuscolare Il cavaliere e la morte all’estremo Una storia semplice. Si tratta di gialli piuttosto particolari, di un genere che Squillacioti definisce “poliziesco impuro, sistematicamente privo di uno scioglimento positivo della vicenda, in cui la nar­razione è puntellata da ele­menti saggistici e so­ste­nuta da un forte afflato etico e civile”.
   Considerata l’importanza attribuita da Sciascia a Simenon, non è forse un caso che il titolo scelto per il volume sia Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo (Piccola Biblioteca Adelphi n. 715, pp. 191, Milano 2018). Diviso in tre parti – Storia e funzione del giallo, Il commissario Maigret, Giallisti al lavoro – seguite dalla preziosa Nota al testo del curatore, il volume può essere considerato una sorta di enciclopedia del giallo secondo Sciascia.
   Per concludere. Simenon non è soltanto il creatore del commissario Maigret, ma è anche l’autore di altre decine di romanzi, di varia ambientazione e localizzazione. E in tutti si possono rintracciare le caratteristiche che Sciascia individua nello scrittore Simenon e nella sua creatura Jules Maigret. Quanto al guidare l’automobile: come l’avvocato Lucien Gobillot, e come Leonardo Sciascia, anche il commissario Maigret non sa guidare. Georges Simenon, invece, non solo sapeva guidare, ma amava le belle automobili, per le quali spendeva cifre notevolissime.

Euclide Lo Giudice

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