In ricordo di Damiano Damiani, il regista della "Civetta"

di Valter Vecellio

Ci ha lasciato il 7 marzo, in punta di piedi, discreto. E così come era stato praticamente dimenticato, in fretta un rapido e svogliato necrologio, e via…Damiano Damiani è stato, nel corso dei suoi novantun anni, regista, scrittore, attore, sceneggiatore…quella che si dice una vita piena. Ed è composita, per restare ai film diretti, la sua produzione: si va da La banda degli affari, documentario del lontano 1947 a L’isola di Arturo del 1962; da Quien sabe?, erroneamente inserito nel filone del western all’italiana a La moglie più bella, con un’acerba ma già si indovina che è destinata ad esplodere, Ornella Muti; e ancora: Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica, Girolimoni, il mostro di Roma, Pizza connection, la prima serie de La Piovra con Michele Placido nel ruolo del commissario Cattani…Ispido e caparbio come sanno essere i friulani, forse questo Damiani ha pagato: e dire che il suo nome è indissolubilmente legato a un film, Il giorno della civetta che – a dispetto del giudizio sufficiente dei critici laureati – resta ancor oggi uno dei più belli sulla mafia: e sarà per un Franco Nero che è il capitano Bellodi, così come Gino Cervi è Jules Maigret, e sempre Cervi con Fernandel sono Peppone e don Camillo; o, per restare a personaggi più vicini, Luca Zingaretti è Salvo Montalbano. Mettiamoci poi una Claudia Cardinale seducente come mai nel ruolo di Rosa Nicolosi, un vecchio volpone di Hollywood come Lee J.Cobb bravissimo nella parte del capomafia; un Serge Reggiani eccellente nel “dimesso” ruolo di Parrinieddu, la fotografia di un mago come Tonino Delli Colli…Ben si capiscono quei tre premi David Donatello 1968 e la targa d’oro al regista…Eppure andate in quella specie di Bibbia del cinefilo che è il Dizionario dei film di Paolo Mereghetti: su cinque asterischi a disposizione per dare il voto al film, se ne “concedono” appena due e mezzo…Nella schedina poi si osserva:“…personaggi e ambienti ben tratteggiati, punte polemiche che colpiscono ancora, ma una certa prevedibilità e didascalicità…”.

 

Meglio, decisamente, Tullio Kezich: “…Damiani”, scrive su Il Millefilm 1967-1977, “ha fatto un buon lavoro, sorretto da un forte senso del cinema tradizionale, orchestrato sulla recitazione superba di caratteristi internazionali (Lee J.Cobb, Serge Reggiani) e locali (Gaetano Cimarosa, una rivelazione). Bella, finalmente doppiata, Clauda Cardinale non è tuttavia un’apparizione plausibile; e Franco Nero, reduce dai western ciociari e dal set miliardario di “Camelot”, non presta abbasta grinta al suo donchisciottesco carabiniere. Ma si tratta del personaggio più debole anche nelle pagine di Sciascia: da siciliano autentico, lo scrittore si muove a disagio nel tratteggiare la psicologia di un continentale. Il limite di “Il Giorno della civetta” (che un’incomprensibile decisione vieta ai minori di 18 anni, mentre si tratta di uno dei pochi film educativi espressi negli ultimi tempi dal cinema italiano) sta nell’idealizzazione del contrasto fra la legge e la mafia. Si torna quasi al lontano e ingenuo “In nome della legge” di Germi quando si fa dire al capomafia che il tenente dei carabinieri è “un vero uomo”, con reciproco scambio di occhiate ammirative. Nell’orrenda piaga che porta il nome di mafia non c’è proprio niente da ammirare, a nessun titolo e per nessuna ragione…”.

Si può ben obiettare che forse Sciascia, siciliano fino al midollo, aveva qualche difficoltà a tratteggiare la psicologia di un continentale; ma certamente il triestino Kezich mostrava di avere qualche difficoltà a comprendere la “sicilianitudine” di Sciascia; e quel “lei è un vero uomo” detto dal capomafia all’indirizzo del capitano è conseguente a un fare del carabiniere che si rifiuta di cedere alla tentazione dell’arbitrio, e vuole, ostinato, combattere la mafia con le armi e gli strumenti della legge e del diritto. In questo e per questo, è un uomo; e per questo suo voler essere a tutti i costi “uomo” risulta apparentemente sconfitto. E si dice apparentemente perché non sappiamo se nella figlia di don Mariano Arena lieviterà quel seme che la renderà “ingentilita, pietoso verso tutto ciò che lei disprezza, rispettosa verso tutto ciò che lei non rispetta…”. Ed è un pericolo che il capomafia avverte immediatamente, e infatti ruggisce: “Lasci stare mia figlia”.

Per tornare a Damiani, è significativa la testimonianza del regista, compresa nel bel volume Leonardo Sciascia, incontri con il cinema, curato da Sebastiano Gesù (Giuseppe Maimone editore):

Si era deciso di filmare “Il giorno della civetta” e partii per Palermo per conoscere Leonardo Sciascia. Non avevo idea di come potesse essere, non era allora un uomo fotografato. Poteva essere alto e sicuro, oppure grassoccio e ciarliero. Venne avanti invece un uomo minuto, gentile, silenzioso, profondamente civile. Che cosa rimpiango oggi? Di non aver mandato a buon fine il desiderio che subito mi fece nascere di conoscerlo più a fondo, come persona, trascinato via subito dal trambusto cinematografico. Lo rividi altre volte, ma avrebbero dovuto essere di più. Lo lessi, con ammirazione. Era anche lui un volto della Sicilia, quella terra che avevo amata fin dal primo momento, quando andai a girare un documentario sulla Targa Florio. Fu una terra che, nella giovinezza, mi apparve subito degna di felicità. Ma più la conobbi, passo per passo, attraverso gli eventi reali, crebbe in me il senso del misterioso della vita, fatta come un agglomerato di quartieri costituiti da un susseguirsi di vicoli senza fine, ciascuno dei quali ti fa balenare davanti un angolo diverso della esistenza umana…”.

Un mistero, un viluppo inestricabile e inesplicabile, lo definisce Damiani; un mistero che coglieva anche nei libri di Sciascia.

La sua cultura di fondo era illuministica”, annota. “Ma il suo dramma intimo, oso dire, affondava appunto nel mistero, nell’inesplicabile, nella mancanza di sicure, fondamentali risposte. Tanto è vero che la sua ultima frase sul mondo “Ce ne ricorderemo di questo pianeta” contiene, mi pare, un immenso, stupefatto, smarrimento…”.

L’ultima volta che Damiani “incontra” Sciascia è in una fotografia: ritrae lo scrittore nell’ama Racalmuto, a passeggio, assieme a un gruppo di amici:

Pareva leggermente sorridente. Là aveva voluto tornare a vivere, anche se le sue letture preferite erano profumate quasi sempre da Parigi. Là aveva trovato ciò che, sempre più col tempo, appare a tutti: il valore inestimabile delle parole, del sorriso, di persone che ti amano senza condizionamenti della tua fama, ma per quello che sei e per quanto di buono c’è in te. Ecco, guardiamolo ancora, con il dolore di averlo perduto troppo presto e l’amarezza che non abbia potuto scrivere ciò che ancora aveva in mente di farci leggere. Tra le tante miserie e vergogne del nostro paese, egli ha contribuito come scrittore e come uomo, a ricordarci che attorno a noi non è tutto spregevole. E a risvegliarci nel rispetto collettivo dei valori di insegnamento e di elevazione mortale che provengono dalla creatività…”.

Sciascia, dice sempre Damiani, “umanamente era una persona riservata, un ‘vero siciliano’, che non amava discorrere. Però, come succede spesso, quelli che parlano poco, dicono di più…”.

Si doveva parlare di Damiani, siamo “scivolati” su Sciascia…Ma era inevitabile. Damiani dopo Il giorno della civetta continua a occuparsi di storie di mafia, fino alla prima serie televisiva de La Piovra; ed esprime una visione delle cose, della situazione, non banale, “scava”. Va a suo merito, una sensibilità e una capacità di percepire non comune; ma vogliamo credere che sia anche il risultato di attente e metabolizzate letture dei libri e degli interventi di Sciascia. Da Il giorno della civetta, osserva un critico acuto come Gregorio Napoli, “inizia un fertile viaggio attraverso i malanni del Sud”. Che Damiani (ma anche Elio Petri, Francesco Rosi, e altri) abbiano contratto un grosso debito con Sciascia, è fuor di dubbio. Ma che cosa pensava Sciascia dei film ricavati dai suoi romanzi e dalle sue storie? Bisogna premettere che Sciascia non ha mai collaborato ai film ricavati dalle sue opere. Solo un film, Bronte, cronaca di un massacro, di Florestano Vancini, lo vede tra gli sceneggiatori (gli altri erano Nicola Badalucco, Fabio Carpi e lo stesso Vancini). E’ la ricostruzione cinematografica della rivolta popolare del 1860, repressa da Nino Bixio e narrata nella novella verghiana Libertà. “Il cinema”, scrive Giuseppe Traina in Leonardo Sciascia (Bruno Mondadori), “arte mitica dell’adolescenza, non è conciliabile con gli interessi dello Sciascia maturo che…smette di andare al cinema…Né faceva eccezione per i film ricavati dai suoi libri, verso i quali ostentava indifferenza, salvo poi difenderli nelle polemiche suscitate da “Cadaveri eccellenti”, ispirato al “Contesto” di Rosi, e da “Todo Modo” di Petri…”.

Indicativo, in proposito, quanto lo stesso Sciascia dice a Sebastiano Gesù per il suo citato libro. Allo stupefatto intervistatore che gli chiede se, almeno, ha visto i film tratti dalle sue opere, Sciascia risponde: “Nemmeno quelli. Si immagini che “Il giorno della civetta” l’ho visto due anni dopo la sua uscita nel circuito commerciale. L’ho visto a Palermo, al cineforum Casaprofessa, dai salesiani. Sono stato invitato, sono venuti, addirittura a prendermi da casa e così ho avuto modo di vedere il film. Eppure “Il giorno della civetta” era un buon film”.

E’ vero che tra il regista e lo scrittore, durante la lavorazione siano nate delle divergenze, tali da indurre Sciascia ad abbandonare il set? “Chi le ha detto che tra me e Damiani c’è stata divergenza?”, replica Sciascia. “Io ho contestato a Damiani solamente il fatto che faceva vedere nel film due detenuti mafiosi chiusi dentro la stessa cella mentre il processo era ancora in istruttoria. E ciò non è rispondente alla realtà, perché non è ammesso per legge. Non contestavo i contenuti del film, né tantomeno i moduli di rappresentazione degli stessi”.

Non è ammesso se il capitano dei carabinieri si chiama Bellodi. Se siamo invece siamo a Napoli, per dire, alla caserma Pastrengo, e si sta istruendo “Il venerdì nero della camorra” in cui si volle impigliare Enzo Tortora, le cose possono andare, come poi abbiamo saputo, in ben altro modo. Ma questa è un’altra storia, e in un’altra occasione si avrà modo di parlarne…

Il giorno della civetta era un buon film”, dice Sciascia. E’ da credere che questo giudizio a Damiani sia stato prezioso come e più dei David Donatello vinti, e delle targhe d’oro.

Da svariati anni a Pordenone è sede di un’importante festival del cinema muto, con preziosi recuperi. Speriamo che la prossima edizione, a ottobre, faccia un’eccezione, e riservi uno spazio al suo “figlio” Damiano Damiani che non merita l’oblio in cui sembra essere precipitato.

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