Claude Ambroise: sei mesi in assenza di un Amico di Sciascia

Sono trascorsi quasi sei mesi da quando Claude Ambroise, curatore, per volontà dello scrittore stesso, dei tre volumi delle Opere Bompiani di Sciascia, è scomparso. Proviamo a tessere un breve ricordo del massimo studioso dello scrittore siciliano, partendo da alcuni fili delle memorie di persone che in questo breve lasso di tempo li hanno svolti. Cogliamo l'occasione per invitare coloro i quali, avendo conosciuto lo studioso, vorranno scriverne un ricordo, a inviarcelo.
A conclusione del quinto colloquio sciasciano organizzato dall'Associazione Amici di Leonardo Sciascia il presidente Renato Albiero ha ricordato Claude Ambroise, rammaricandosi del fatto che la sua scomparsa abbia privato le due giornate di studio di un contributo fondamentale.
Lo scorso settembre la professoressa Ricciarda Ricorda, in una delle due sessioni parallele del congresso annuale dell'Associazione degli italianisti, tenutosi a Padova, dedicate a Sciascia, ricordava lo studioso francese affermando come fosse inevitabile per lei, e – ipotizzava – anche per gli altri che lo avessero conosciuto, studiando lo scrittore racalmutese, chiedersi cosa avrebbe ritenuto il suo massimo esperto, da qualche mese mancato, di ciò che man mano si pensa e si scrive di Sciascia.

 In quell'occasione non fu la sua la sola voce a ricordare Ambroise.
Vorrei qui ricordarlo anch'io, a testimonianza della cordiale disponibilità che mi ha dimostrato l'unica volta in cui l'ho incontrato, durante il convegno “Fiorentino inconsapevole. Leonardo Sciascia e la Toscana”, organizzato dagli Amici di Leonardo Sciascia, il 20 giugno 2013 a Firenze, presso il Gabinetto Vieusseux.
Attendevo in piedi nella sala che si iniziasse, quando sentii da altri due convenuti, da me poco discosti, che quel signore appena arrivato, ora al banchetto organizzativo predisposto dall'associazione, era Claude Ambroise, che avevo già letto, ma che non avevo mai visto.
Mi sedetti su una delle sedie, sempre attendendo principiassero i lavori; poco dopo, quel signore di cui avevo appena appreso l'identità, si accostò e mi chiese se poteva sedersi nel posto accanto al mio. Assentii cercando di celare la felice sorpresa. Non mi lasciai sfuggire l'inaspettata e unica occasione: gli parlai di ciò che tutt'ora cerco di studiare e lui fece alcune osservazioni. Parlava inserendo pause di silenzio alle quali non si è ormai abituati e che non immediatamente compresi essere parte del discorso. Quando gli dissi che intendevo dedicare i mesi successivi alla bibliografia su Sciascia, mi consigliò di concentrarmi sulla lettura di Sciascia più che sui libri dedicati a lui. Scoprii che il mio interlocutore, alla Sorbona, aveva seguito da studente le lezioni di una docente di letteratura italiana, Franca Trentin, che poi aveva avuto dei contatti con Sciascia. Rapporti dei quali non era a conoscenza e dei quali si stupì – disse – per la grande diversità di carattere tra i due.
Questo nostro primo scambio di battute si concluse con Ambroise che mi diceva che il rapporto di Sciascia con Manzoni era legato alla questione di dio; purtroppo risuonò la voce del microfono e mai più ho saputo il seguito, ché, stupidamente, ora me ne avvedo, non gliene domandai più per il resto della giornata.
Dopo l'intervallo di mezza mattina andai a risedermi a quello che credevo essere il mio precedente posto e, non vedendovi Claude Ambroise, mi girai indietro a cercarlo collo sguardo. Incrociai il suo qualche fila di sedie più dietro e egli, evidentemente riconoscendo che lo stavo cercando, disse di essersi seduto al posto dove era prima – vero: quello che aveva sbagliato fila ero io – quindi, altra piacevole sorpresa della giornata che devo a Claude Ambroise, si alzò e mi raggiunse.
Nel pomeriggio intervenne anche lui sul tema dell'incontro.
Gli scrissi qualche settimana più tardi una email alla quale rispose, trascorso del tempo, scusandosi del ritardo; gliene scrissi un'altra nell'autunno per chiedergli di uno scrittore italiano che Sciascia aveva conosciuto in Francia, di cui non sapevo il nome. Anche a questa rispose: mi confermò il dato, ma si dispiacque di non ricordare il nome (si trattava di Enrico Panunzio, ho saputo poi).
Non vi fu possibilità di incontrarlo a Milano per il quarto colloquium sciasciano su 1912+1.
Nell'inverno gli inviai una copia di un mio piccolo articolo su Franca Trentin.
La scorsa estate seppi della sua morte; ora, in ritardo, mentre studio ancora Sciascia, vorrei ricambiare l'umana gentilezza che mi ha usato.

Andrea Verri

 

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