Claude Ambroise nel ricordo di Carla Horat: Sonvico, una storia incredibile

Durante l’organizzazione del convegno L’etica del potere per Leonardo Sciascia, quando Renato (Albiero) è entrato in contatto con Claude Ambroise, mi disse che non potevo immaginare dove abitasse: a Sonvico, questo paesino del luganese, che ha lasciato un segno importante nella mia vita.

 A Sonvico è cresciuta mia madre, fino a quindici o sedici anni. Era stata affidata dalla sua famiglia d’origine a una benestante coppia di giovani sposi. Lui da poco era tornato dall’America. Non ebbero figli.

Non si conoscono le circostanze e i motivi di questo affidamento. Mia madre non ne ha mai saputo nulla. Ci raccontava però che in quel periodo della sua vita aveva condotto una vita da principessa. Era amata e coccolata . Dai parenti del Togn e della Dacina (Antonio ed Elisabetta), rimasti in America, riceveva continui regali di abbigliamento all’ultima moda e giocattoli, per cui era al centro dell’attenzione e dell’invidia nel paese. Allora non esisteva la globalizzazione e lei sfoggiava cose mai viste lì.

Nelle ricorrenze la Dacina preparava sontuosi banchetti a cui partecipavano importanti personalità ticinesi, persino il vescovo di Lugano.

Questa coppia era per me come dei nonni.

 

Durante la guerra, mentre mio padre era militare, mia madre e io abbiamo trascorso lunghi periodi a Sonvico. In seguito abbiamo continuato a render loro visita regolarmente.

Questa casa aveva mi affascinava, come tutte le cose misteriose affascinano i bambini. Tutte quelle stanze, la scala che scendeva in cantina in cui c’erano due vasche per la pigiatura del vino. La botola nel soffitto del bagno. Una volta mi ci chiusi a chiave e la aprii. Ma mi spaventai del buio e delle fitte ragnatele e la richiusi subito.

E il giardino, con tutti quegli alberi e fiori. Nella casa in cui abito ora ho piantato la passiflora. Passavo ore a osservare le galline nel grande pollaio.

Alla casa di Sonvico ho dedicato infatti la prima parte, che trascrivo qui, del mio libro d’artista

 

Le mie case

Rosa

Il vialetto con la ghiaia

la spalliera di passiflora

i vasi con le fucsie

gli alberi di amarene

il campo con le fragole

la fossa dei lombrichi per la pesca.

 

In questo giardino ho vendemmiato

per anni

nel dolce sole d’ottobre.

 

La stanza buia dei libri

polverosi.

La veranda con le nocciole stese a seccarsi.

 

I rami lucenti

appesi alle pareti di cucina

il camino,

l’odore del legno bruciato,

la sala

con i mobili intarsiati,

i cuscini di velluto,

le tazzine dorate

di Limoges,

i dischi di Caruso,

la carta patinata di tutti quei Life

scritti in inglese.

 

Conservo

insieme ai ricordi

l’anello con l’acquamarina

portato dall’America

quando lui tornò

per sposarsi,

e un libro sulla Spagna

che sapevo

non avrei restituito

mai.

 

Mi sono dilungata tanto, prima del racconto vero e proprio, per dimostrare i miei legami con Sonvico.

Dunque quando ho sentito che Claude Ambroise abitava a Sonvico, mi sono sentita molto eccitata. Ho verificato su internet la sua biografia. Tra le varie cose ho letto che da poco aveva tenuto una conferenza al Torchio, associazione culturale del posto. Mi sono ricordata che mio padre aveva esposto in quella sede nel 1987. Ho cercato subito tra le carte il dépliant di questa mostra. L’ho unito a un esemplare del libro Le mie case, e a uno scritto in cui raccontavo in breve quanto sopra. Iniziavo con la frase “Lei pensava di venire a Palermo e trovare tracce di Sonvico?” E finivo con una piantina che indicava la posizione della casa.

Finalmente arriva il giorno del convegno.

Quasi trepidante mi faccio presentare subito a Claude Ambroise, parliamo di Sonvico, dei miei legami con Sonvico e del motivo per cui lui fosse andato ad abitare proprio lì. Mi racconta che insegnava a Milano e che ha sposato una milanese. I genitori della moglie, lombardi, una volta in pensione avevano deciso di trasferirsi in Ticino e comperarono una casa, in stile vagamente coloniale. Morti i genitori e andato in pensione pure lui, parlando con la moglie, decidono di approfittare della casa che avevano ereditato per andare a viverci. Gli chiedo in quale zona abita. Mi dice: “Lei ricorda dove è la casa per anziani? Ecco, lì, poco più in su”. Apriamo il mio pacchettino, gli mostro la piantina e lui rimane scosso come me: la casa sembra essere la stessa. Non c’è la sicurezza, ma… sembra. “ Stasera telefono a mia moglie, che ne sa di più al proposito”.

La mattina dopo arrivo a convegno già iniziato e mi siedo dove capita. Dopo un secondo mi sento battere sulla spalla. Era Claude Ambroise, seduto dietro a me, che mi faceva ampi cenni di assenso. Sì, la casa è proprio la stessa. Era quella degli eredi Antonio Giacomazzi.

Poi abbiamo parlato a lungo. Pur nella sua riservatezza pareva eccitatissimo anche lui. Continuava a ripetere: “Ma questo è un romanzo! E’ incredibile!” L’ho abbracciato.

La casa era stata ristrutturata da un piccolo imprenditore luganese di nome Giacomazzi, evidentemente uno dei nipoti eredi.

Mi ha invitato ad andare a trovarlo la prossima volta che mi recherò in Ticino.

Altra coincidenza: nella sua relazione Claude Ambroise ha ampiamente citato Gli zii d’America, di quello che mandavano a casa !

 

Palermo, 22 novembre 2010                                                                                                  Carla Horat

 

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