La scomparsa di Majorana, ovvero: è possibile un dialogo tra una “Ragione umana” e una “matematica”, razionalista, scientificamente computabile?

Intervista a Bruno Pischedda

Un modo particolare per ricordare Sciascia e la sua opera: nella sede milanese dello Studio Legale La Scala (sala Auditorium in via Correggio 43 a Milano) sono state ospitate tre conversazioni dal titolo “Io e Sciascia”, organizzate dall'associazione Amici di Leonardo Sciascia in occasione del ventennale della sua fondazione e curate da Albertina Fontana e Bruno Pischedda.

I protagonisti delle tre conversazioni, accomunati dall'interesse per lo scrittore di Racalmuto, provengono da esperienze culturali diverse; da qui la possibilità di cogliere punti di vista differenti.

Il 4 aprile scorso il primo incontro: con lo scrittore Andrea Vitali. Vitali è stato intervistato da Mauro Novelli, docente Università degli Studi di Milano). Il 18 aprile è stata la volta del magistrato Erminio Amelio e Guido Vitello, docente Università degli Studi di Roma, che hanno preso spunto dal romanzo “Porte Aperte”, e discusso di Giustizia e Verità, tema dell'opera di Sciascia. Proprio su questo rapporto tra giustizia e verità si fonda il dialogo con il magistrato Amelio, tra l’altro consulente del fratello Gianni per la regia del film “Porte Aperte”, tratto dal romanzo.

Infine il 29 aprile l'ultimo appuntamento, con l'astrofisico Giovanni Bignami intervistato da Bruno Pischedda, docente Università degli Studi di Milano. Bignami, Accademico dei Lincei, presidente del Comitato per la ricerca spaziale e dell'Istituto nazionale di astrofisica, unisce il lavoro scientifico a una pratica di divulgazione. Dialogando con Pischedda, e partendo da libro “La scomparsa di Majorana”, ha proposto un accostamento tra orizzonti umanistici propri di Sciascia e temi che riguardano la ricerca teorica e applicata.

Al “nostro” Pischedda abbiamo posto alcune domande.

 

“La scomparsa di Majorana…cosa resta da scoprire?”. Ne hai discusso con l’astrofisico Giovanni Bignami, membro delle più titolate accademie scientifiche e qualificato divulgatore tramite libri e trasmissioni televisive. Cominciamo da qui, dunque: cosa resta da scoprire?

“Confesso che non sapevo bene cosa aspettarmi: io sono un tardo, e disilluso, umanista; Bignami è un robustissimo scienziato, conoscitore fine delle ricerche abbozzate da Majorana vivente. Dalla letteratura si attende molto, la frequenta, l’ammira, tant’è vero che ne fa un uso brillante anche nel suo ultimo libro, che appunto ha per titolo Cosa resta da scoprire (Mondadori 2011). Bignami pensa, mi pare, a una riunificazione dei saperi, come molti in questi tempi vanno invocando. Ma il punto è che Sciascia non si presta agevolmente a una simile rifusione unitaria, in lui il primato delle Humanae litterae è un presupposto ferreo, e anzi si accentua, si radicalizza nell’ultimo suo decennio di esistenza. Da questo punto di vista il confronto potrebbe essere aspro. So che Bignami è un estimatore sincero di Sciascia, ho provato a metterlo di fronte ad alcuni, diciamo così, ostacoli testuali e concettuali. La scomparsa di Majorana, nel 1975, nasce in certa misura contro la cosiddetta ragione scientifica (che senza argini – ma non saprei dire di che tipo – può anche generare disastri apocalittici). E lasciamo stare il mistero biografico del fisico siciliano: se sia morto suicida davvero nel 1938, se si sia chiuso in un convento calabro, come suggerisce Sciascia, o se abbia deciso di far perdere le proprie tracce per poi collaborare con gli scienziati del III Reich e sia poi emigrato in Argentina lungo le rat lines approntate per i fuggiaschi nazisti, come altri hanno ipotizzato più di recente. A me quello che interesserebbe scoprire, nei limiti dell’incontro di oggi, è se esiste possibilità di dialogo tra una “Ragione umana”, che Sciascia celebra sin dalla Parrocchie di Regalpetra (1956), e una ragione matematica, razionalista, scientificamente computabile e algoritmica come quella in cui sembra confidare Bignami. Vorrei scoprire se il nostro ospite si è accorto di questa tensione polemica, e se del caso la ritiene una tensione superabile, ricomponibile nel prossimo futuro.

 

Sarebbe una scoperta sensazionale! Ma mi viene in mente questo: una volta chiesero a Sciascia perché, nonostante la deludente esperienza di consigliere comunale al comune di Palermo, ancora si impegnava direttamente, in prima persona. E lui in risposta dettò una dichiarazione: “Per rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà. Per rompere questa specie di patto tra la stupidità e la violenza che si viene manifestando nelle cose italiane”. Sono parole che da Sciascia ci potevamo aspettare, senonché aggiunge, subito di fila: “Per rompere l’equiva-lenza tra il potere, la scienza e la morte che sembra stia per stabilirsi nel mondo…”. Prova a leggere a Bignami il passaggio, e vediamo cosa ne esce…

“Sì l’equivalenza triadica Potere-Scienza-Morte è decisamente forte, e sembra non lasciare spazio ad accomodamenti. Ha un tono in parte profetico, pessimista, e in parte etico: chiama alla massima responsabilità coloro che stanno per mutare la faccia del mondo; e che già in un passato recente, pur senza volerlo, hanno fornito a uomini senza responsabilità strumenti di devastazione generale. Però è compito dell’intellettuale raziocinante superare la contrapposizione tra saperi umanistici e saperi scientifici. Altrimenti, nel tempo della borghesità adempiuta, è evidente che sopravvivono solo i secondi. Né si può concedere che scienza equivalga a morte: non sta nella storia, non è nel bagaglio di un ‘illuminista’ laico, sia pure disincantato e novecentesco. Qui mi pare che il polemismo sdegnato abbia preso la mano un po’ la mano al nostro Sciascia. Altrove è più pacato e ragionante. Anche se occorre dire che l’angoscia per i progressi incontrollati della scienza lo accompagna sino agli ultimi scritti, anzi cresce via via: certe frasi contro la fisica e soprattutto contro la biologia contemporanea, contenute nel Cavaliere e la morte, lo testimoniano”.

Matteo Collura, nella sua biografia, “Il maestro di Regalpetra”, ipotizza che vi sia stata una sorta di identificazione tra lo scrittore e lo scienziato Majorana: somiglianze caratteriali, e perfino un po’ fisiche…

Credo ci sia del vero. Quando Sciascia compone il ritratto fisico di Majorana insiste su alcuni tratti arabeggianti, simili ai propri; e quando ne coglie aspetti psicologici insiste sulla riservatezza, sulla sua ombrosità pensosa. Ne fa un individuo “strano, stranio”, ma con un’amorevolezza che si direbbe riflessa, da “ideale dell’Io”, per usare una formula di Freud. E d’altronde c’è una nota oscura e saliente che il tratteggio di Majorana fa risuonare: il tema del suicidio, che per Sciascia significa riandare – senza dire – a quello che deve essere stato il trauma centrale della giovinezza, ossia la morte del fratello Giuseppe, nel 1948. Più di un motivo fa sì che Sciascia guardi a Majorana con estimazione commossa, fin quasi a rispecchiare in lui una possibile desistenza ascetica (cioè il vero tarlo e tentazione di tutti gli intellettuali ideologicamente più esposti)”.

Sciascia in effetti definisce lo scienziato un “siciliano buono”, che “come tutti i siciliani migliori non era portato a fare gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi”; mentre sono quelli “peggiori”, ad avere il gusto e il genio del gruppo, della cosca. Poi annota che tra Majorana e il resto del gruppo di via Panisperna, c’era una differenza profonda: quelli “cercavano”, lui “trovava”; per gli altri la scienza era un fatto di volontà, per lui una questione di natura. Quelli l’amavano, la scienza; volevano raggiungerla, e possederla. Majorana, forse senza amarla, la “portava”. Usa proprio questa espressione: “la portava”. Sciascia lascia intendere che ad un certo punto Majorana non ha più voluto “portare”; ha come avuto timore di farlo, gli è risultato insopportabile; e si è fermato su una soglia al di là della quale non poteva e non voleva andare...

Qui si tocca il vero nocciolo – e non solo letterario – della questione: vale a dire il carattere di Majorana in quanto personaggio. Non come immagine biografica e documentaria di un individuo realmente esistito, ma come homo fictus, frutto di una stilizzazione a base fantastica, e tale da inserirsi nella già nutrita galleria di personaggi sciasciani. Il dato saliente, la testa di serie da cui muove lo scrittore, mi pare risieda nella definizione di Majorana come uomo fuori ruolo, restio a mantenersi in una posizione pubblicamente statuita. La sua cifra più intima, dice Sciascia, è “insomma il dover adattarsi di un uomo inadatto”. Majorana è in altri termini un inetto, un non idoneo a; però con tutte le stigmate dell’individuo di genio, o meglio, come hai già notato, in possesso di un talento ingenito e naturale per la scienza. Nulla sembra arginarne l’intuitività fuori del comune, la sagacia appartata, la macerazione concludente, e non di meno, con gesto supremo, di questa scienza egli decide di fare a meno.

Due cose vorrei dire a riguardo. La prima è che siamo dinnanzi a un contro-mito di lungo corso, un mito anti-prometeico, già in auge in età romantica e significativamente ribadito da Pirandello nella chiusa del saggio titolato L’umo-rismo (1908). Sciascia lo battezza con esattezza, per lui è “il mito del rifiuto della scienza”: non collaborare, non spingere in avanti un sapere distruttivo, anzi cancellare le tracce proprie e del proprio lavoro. A venire in causa è con ciò un’immagine di modernità borghese, che avrebbe deposto i valori umanistici dell’origine a esclusivo vantaggio di un sapere tracotante e insieme utilitaristico. Ma siamo così al secondo aspetto che vorrei chiarire: quanto detto rende Majorana una tra le figure più tipiche e più frequentate dalla letteratura europea otto-novecentesca. Appunto il personaggio “inetto”, però concepito da Sciascia non già in una luce di estetismo, di sensibilità imbelle o tragicheggiante: al modo di Andrea Sperelli nel Piacere, di Rubè nel romanzo eponimo di Borgese, o di Alfonso Nitti in Una vita di Svevo. Un inetto piuttosto alonato di ecumenismo pietoso, che ha in cura le sorti dei propri simili universalmente intesi: insomma Majorana come personaggio titanico, in lotta contro il tutto, estremo gesto romantico che sembra concedersi un lontano seguace di Voltaire e Diderot, e che ai fanatici dell’Idea ha sempre anteposto la luminosità del “secolo educatore”.

Non c’è d’altronde un solo Sciascia, unità scrivente e significativa. Ciò che esiste, dal punto di vista letterario, è uno Sciascia in divenire, e tale da riflettersi secondo variabili non piccole anche nei personaggi che documentariamente istruisce. Basterebbe considerare la serie costituita da fra Diego la Matina (Morte dell’inquisitore, 1964); il nostro Majorana, datato 1975; e monsignor Angelo Ficarra, vescovo di Patti (Dalle parti degli infedeli, 1979): cioè «l’uomo di tenace concetto», «l’uomo inadatto» e «l’uomo di estremo candore». Una serie niente affatto omogenea, anzi in procinto di affrancarsi dalle virtù laiche, da un com-plesso intellettuale-razionale che ha radice nel carattere (il «concetto»), verso forme di resistenza al mondo sempre più connotate di moralità e di pietas metafisica, di religiosità a-confessionale (se non di un cristianesimo senza Dio)”.

In un libretto che si legge in un’ora, “Conversazioni in una stanza chiusa”, un colloquio tra Sciascia e Davide Lajolo, dove i due parlano a ruota libera di tutto; e più precisamente: Lajolo parla, Sciascia risponde a monosillabi; a un certo punto discorrendo dei propri libri, Sciascia confida: “I più utili per i lettori, perversamente direi siano ‘Candido’, ma forse ancora di più ‘La scomparsa di Majorana’. E lascia a noi decidere, ognuno secondo gusto, se il libro su Majorana sia “solo” più utile, o se lo sia “perversamente”. Curioso, quel “perversamente”. Secondo te quale significato bisogna attribuirgli?

Ho dato il meglio nelle righe precedenti, non mi potete chiedere tanto acume. Conoscendo l’eruditismo umanistico di Sciascia, propenderei tuttavia per una lettura etimologica, qualcosa come ciò che ribalta il recto sentire, ovvero il sentire dei più. Sovvertire le ideologie e la fiducia che l’uomo moderno ripone nella scienza: questa mi pare per Sciascia l’utilità di Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia, e della Scomparsa di Majorana. Ma, devo dirvi la verità, l’idea che sia compito del vero intellettuale ribaltare ogni certezza non mi galvanizza, è anch’essa troppo intrisa di romanticismo”.

Devi effettuare il login per inviare commenti