Dal carteggio La Cava-Sciascia un’idea di Italia e tutti noi

Intervista al professor Luigi Tassoni

 

Di “Lettere dal centro del mondo 1951-1988” (Rubbettino editore), il libro che raccoglie la fitta e interessantissima corrispondenza tra Mario La Cava e Leonardo Sciascia ci siamo già interessati. Ma ci è sembrato utile sollecitare qualche ulteriore chiarimento al professor Luigi Tassoni, che assieme alla professoressa Milly Curcio ha curato la pubblicazione del carteggio.

 

Professore, le lettere tra La Cava e Sciascia abbracciano un arco di oltre trent’anni; si tratta di lettere “domestiche”, dove i due scrittori parlano in assoluta libertà anche di questioni famigliari, consigliandosi l’un l’altro; ed è, per esempio interessante, ma anche significativa, rivelatrice, l’attenzione che entrambi prestano al cibo, alla cultura del cibo che in esso si tramanda ed esprime…Voi curatori, raccogliendo e curando la pubblicazione di queste lettere avete realizzato un’opera fondamentale per la comprensione del percorso intellettuale di La Cava e di Sciascia, e la loro maturazione…Ma qual à la genesi di questo libro? Come nasce?

“I motivi per i quali, insieme a Milly Curcio, e con competenze intrecciate sullo stesso tavolo di lavoro, è nato il libro Lettere dal centro del mondo. 1951-1988, scritto inconsapevolmente da Mario La Cava e Leonardo Sciascia, sta prima di tutto nella generosità degli eredi dei due scrittori, che si sono affidati e fidati della equilibrata consapevolezza non sensazionalista dei due curatori. Vi è inoltre, alla base di questo lavoro che l’editore Rubbettino ha avuto la grande fortuna e l’intelligenza di pubblicare, la profonda impressione che destarono in me, in noi, già alla prima lettura ricognitiva gli autografi e le trascrizioni del prezioso epistolario”.

E il titolo? Come nasce questo intrigante “Dal centro del mondo”, considerando che uno viveva a Bovalino in Calabria, l’altro tra Racalmuto e Caltanissetta, che negli anni Cinquanta non erano esattamente metropoli…

 

“Il titolo del volume rende prima di tutto merito ad alcuni motivi portanti che ne fanno davvero un racconto, e non solo, come diciamo nel titolo del saggetto introduttivo, Racconto d’amicizia e di letteratura. Vi è in più il privilegio di aver avuto l’occasione di carpire nel segreto e nel privato di La Cava e Sciascia posizioni “forti”: amicizia come condivisione e come dialettica aperta, desiderio di confronto, percezione della responsabilità della scrittura, spiragli sul laboratorio aperto dell’autore, scetticismo per il conformismo intellettuale e politico, onestà della parola. Credo che ce ne sia abbastanza, e comunque a sufficienza perché nei primi approcci con il responsabile della Rubbettino io sarcasticamente rigettassi la proposta di un titolo così fiacco, così sulle difensive, e limitato, che avrebbe suonato più o meno come “Lettere dalla provincia”. In effetti si trattava di rendere conto, e con una cura del volume attenta e insieme misurata, della grande suggestione offerta dal percorso in fieri delle scelte, delle occasioni e delle delusioni, che contraddistinguono in parallelo due “mondi”, due ambienti, due scrivanie, due giornate condivise nell’essenzialità e nelle ristrettezze economiche, e nell’insieme la dimensione del lavoro della scrittura narrativa di Sciascia e di La Cava”.

 

Operazione meritoria, la vostra: Sciascia è ben vivo, ancora, nella memoria, ma non c’è dubbio che a leggerlo e rileggerlo, riserva sempre qualche sorpresa. La Cava al contrario, è un recupero prezioso, perché dell’autore di “Caratteri” si è un po’ smarrita la memoria…

“Siccome Mario La Cava lo conoscevo bene, sin dai miei vent’anni, e la lettura delle sue opere mi aveva accompagnato comunque con un senso di grande familiarità da sempre, era allora l’opera di Sciascia che si ripresentava alla mia attenzione attraverso le lettere. E credo che nel già citato saggetto introduttivo siamo riusciti con Milly a rendere merito di questa progressiva necessità di comprendere più a fondo e meno convenzionalmente, alla luce dell’epistolario, i punti salienti che attraversano e incrociano praticamente l’intero arco del lavoro creativo dei due grandi amici, impegnati qui in una prova di onestà confidenziale. Sbaglia chi ritiene che l’epistolario La Cava-Sciascia dovesse essere l’occasione per affondare sinotticamente, e magari scolasticamente, con un resoconto a tutto campo nell’opera dei due scrittori, perché in questo caso avremmo rischiato di riprodurre certi luoghi comuni superficiali, convenzionali, e poco riflessivi che purtroppo ricalcano alcuni stereotipi in cui cadono spesso i fans di Sciascia”.

 

Si tratta di un epistolario che si presta a svariate letture: c’è l’aspetto famigliare e privato, c’è la cura di Sciascia nell’assicurare un prodotto editoriale di qualità (Sciascia dirigeva una rivista ed alcune collane per l’omonimo editore Salvatore Sciascia), c’è la dimensione di un’amicizia che non viene mai meno, c’è lo straordinario anelito a conoscere culture e situazioni le più svariate…

“La chiave di questo epistolario sta nelle molte chiavi che offre, pur senza voler creare alcuna immagine anagogica, e, per carità, nessun altarino su cui porre due grandi intelligenze. L’opera di Sciascia ha rappresentato per me da sempre motivo di attenta riflessione, a partire da quella sua parola lineare e accurata, e insieme critica, ironica e coinvolgente, come mi appare ancora oggi in un libro che amo particolarmente, quello dei racconti di Gli zii di Sicilia. E naturalmente non solo in quest’opera di Sciascia. Posso dire però, se non scendo troppo nel personale, che lavorare all’epistolario di cui stiamo parlando ha confermato in me che la scrittura di Sciascia si riscopre, nelle sue pieghe, continuamente, e che parecchio si deve ancora maturare in senso critico e nell’interpretazione della narrativa e della saggistica dello scrittore siciliano”.

 

Lei e la professoressa Curcio insegnate italiano e letteratura italiana all’università di Pécs in Ungheria, e lei dirige il Dipartimento di Italianistica. Sono conosciuti e letti Sciascia e La Cava in Ungheria?

“Come mi succede da diversi decenni, il mio interesse diventa motivo di condivisione, come in una magnifica avventura, e così penso che nel laboratorio attivo del Dipartimento di Italianistica di Pécs, si stia inaugurando una fase di attenta lettura dell’opera di Sciascia. Comincio io con il mio corso di Letteratura, che dedicherò quest’anno al mistero secondo Sciascia. Poi proseguiremo, come credo, con l’organizzazione del prossimo Seminario internazionale interdisciplinare di Pécs, il diciannovesimo nostro incontro annuale, con ospiti che da tutta Europa potrebbero incontrarsi e forse scontrarsi sulla complessità della scrittura di Sciascia, magari in occasione del venticinquesimo della morte dello scrittore. Inoltre, e come segno di corrispondenza con un Paese, l’Ungheria, che conosce bene l’opera di Sciascia, vorrei che i giovani del nostro corso sperimentale di traduttologia si impegnassero in un progetto per le versioni ungheresi dei racconti, dei romanzi e dei saggi dello scrittore sia in senso ricognitivo, su ciò che qui già è stato fatto, sia con delle novità per il futuro”.

 

Sciascia e La Cava, mi permetto un accostamento ardito e che non vuole essere irriguardoso, anche se lo può sembrare, sono come certo vino che col tempo acquistano una dimensione e una loro compattezza di gusto…

“Per vari motivi Leonardo Sciascia è diventato in molta parte d’Europa un classico e un maestro, con una motivazione che è insita profondamente nei suoi libri. Numerosi, ad esempio, sono i narratori e non solo italiani che gli devono molto. Io condivido in pieno le ragioni di uno scrittore fra i nostri maggiori d’oggi, Giulio Angioni, che in uno suo scritto di riflessione, riproposto lo scorso anno nel volume Il dito alzato da Sellerio, parla appunto di questi enormi debiti, tanto che, riassumo, abbiamo l’impressione che lo scrittore stia nell’aria che respiriamo, perché il suo scetticismo sulla possibilità di cambiamento dei siciliani (ma solo dei siciliani?) è sempre più acuto al presente, tanto che il disagio della modernità difficile, dice Angioni, ne porta fortemente il segno. Credo che da qui si potrebbe ripartire”.

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