Leonardo Sciascia e la verità dell’arte, chiave interpretativa della realtà

Intervista a Lavinia Spalanca

Leonardo Sciascia, la tentazione dell’arte è il titolo di un libro di Lavinia Spalanca (Salvatore Sciascia editore, pagg.96, 10 euro). Esile, all’apparenza; ma il piccolo formato e il centinaio di pagine che compone il libretto non devono trarre in inganno. Come informa la nota editoriale, “avventurosa e intrigante è l’esplorazione dei rapporti fra letteratura e arti figurative, specie nell’opera di Leonardo Sciascia – appassionato di pittura e amateur d’estampes – il cui approccio all’universo artistico si configura come fondamentale esperienza ermeneutica e, insieme, approssimazione alla felicità. Un atto di ‘lettura’ che coniuga razionalità e diletto e, soprattutto, uno stimolo all’immaginazione creativa. Ne consegue l’intrecciarsi di una fitta e stratificata rete intertestuale – qui adeguatamente scandagliata – all’insegna dellaricorsività di motivi e simboli iconografici, in un vitale cortocircuito fra immagini e parole”.

Lavinia Spalanca, palermitana, è dottore di ricerca in Italianistica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della sua città, e redattrice del portale web “Italinemo-Riviste di italianistica nel mondo” dell’università “La Sapienza” di Roma. É altresì membro della Fondazione Sciascia nonchè del comitato di redazione della nostra rivista annuale TODOMODO. Le abbiamo rivolto alcune domande, ecco quello che ci ha risposto.

“Leonardo Sciascia. La tentazione dell’arte”. Cominciamo da qui: perché questo titolo? Perché parla di "tentazione"?

 

Quello della tentazione è un tema ricorrente nell’immaginario letterario e artistico sciasciano, a partire dalla Tentazione di Sant’Antonio di Flaubert, presente fra le pagine di Todo modo, sino alle molteplici rappresentazioni iconografiche del tema offerte da Rutilio Manetti, Matthias Grünewald, Odilon Redon, le cui opere vengono strategicamente citate nel romanzo del ’74 (e, nel caso di Manetti, addirittura riprodotte sulla copertina del romanzo). È per questo che ho scelto la “tentazione” come titolo del mio libro, riportando in epigrafe le inquietanti parole di don Gaetano, il diabolico prete di Todo modo, a colloquio col pittore protagonista: «E non la tenterebbe l’idea di dipingere qui, per noi, per la nostra cappella, un Cristo? E noti che sto usando il verbo tentare». È evidente che in Sciascia la tentazione finisca per assumere una connotazione negativa, alludendo alle lusinghe dell’irrazionale incarnate dal terribile personaggio del prete, ma, nelle nostre intenzioni, diventa metafora della felice attrazione esercitata dall’arte sullo scrittore siciliano, che intesse di riferimenti figurativi l’intera sua opera narrativa e saggistica.

Come è nata l’idea di questo suo saggio?

L’idea originaria risale al lontano 2004, in occasione di un mio intervento critico sulla raccolta poetica di Sciascia La Sicilia, il suo cuore. Già a partire dai versi incipitari - «Come Chagall vorrei cogliere questa terra / dentro l’immobile occhio del bue» - non mi era sfuggita l’importanza che l’arte, in termini di memoria, stimolo creativo, archetipo di un’estetica compositiva, aveva assunto nel giovane Sciascia, il cui libretto poteva fra l’altro vantare le illustrazioni del grande Emilio Greco. Man mano che quest’idea maturava, sentivo l’esigenza di modificare il termine “iconografia sciasciana”, riportato in qualche rarissimo contributo critico sull’argomento, con quello più pertinente di “iconologia” – sto parafrasando lo storico dell’arte Erwin Panofsky – che implicava l’interpretazione dei significati profondi sottesi alle scelte figurative dell’autore. Perché in Sciascia - ne sono sempre stata convinta - l’immagine non si limita a descrivere ma diventa una fondamentale chiave ermeneutica, sorta di ‘esca’ lanciata dal narratore al lettore-detective. Questo libro nasce però da un’ulteriore esigenza: sottrarre Sciascia ad un’interpretazione un po’ cristallizzata – lo scrittore moralista, polemista e engagé – che rischia di mettere in ombra le sue ambizioni estetiche. Improntata unicamente alla riflessione etico-civile è considerata infatti, da molti, l’opera dello scrittore siciliano. Va sottolineato al contrario come alla religione del potere Sciascia opponga sempre un vero e proprio culto della letteratura e dell’arte. Un’alta concezione del processo creativo, quindi, che si riverbera nella sua opera narrativa, volta a coniugare felicemente impegno etico ed estetico.

Nelle prime pagine del suo lavoro, scrive: “…Sciascia, convinto assertore della faziosità come metodo di giudizio…”. Può chiarire meglio questo concetto? Nella vulgata comune, il termine fazioso non ha un significato positivo. Mi par evidente che lei non intende dare un giudizio negativo su Sciascia e la sua opera. Dunque?

«Uno scrittore deve essere fazioso – rivela Sciascia a Claude Ambroise - chi ama Stendhal non può amare Proust». E lo stesso concetto è ribadito in un’intervista a Michael e Maura Formica Jakob, come a dire che la parzialità di giudizio, lungi dall’esser negativa, implica una coraggiosa scelta di campo da parte dell’autore, la necessità di circoscrivere i suoi auctores – Stendhal e non Proust, appunto – di individuare precise genealogie artistiche e letterarie. Da questo punto di vista il romanziere ricorda il Baudelaire dei Saggi sull’arte, quando scrive che la critica deve essere “parziale e appassionata”, senza sottrarsi a temerarie prese di posizione (si pensi alla polemica con Cesare Brandi sulle porte del duomo d’Orvieto realizzate da Emilio Greco, contestate dall’illustre critico e difese valorosamente da Sciascia). Questa nobile idea di faziosità non implica tuttavia alcun dogmatismo. Lo stesso scrittore, che “contraddisse e si contraddisse”, non può prescindere da Proust quando delinea la sua poetica memoriale o, per tornare alle arti figurative, non può non attingere dall’immaginario surrealista – apparentemente così distante da quello sciasciano – per dar voce alle inquietudini esistenziali e storiche dei suoi romanzi anni Settanta e Ottanta.

Lei fa sua l’osservazione di Antonio Di Grado, secondo il quale Sciascia, appassionato di pittura e collezionista amante di stampe, si costruisce un “sistema degli autori”, coerente e significante… Chiarisca meglio questo concetto…

L’osservazione di Di Grado fa riferimento alle genealogie letterarie, ovvero a quel corpus di scrittori prediletti da Sciascia non in virtù di scelte occasionali, ma legati da precise corrispondenze e analogie. Quel sistema, per intenderci, esemplato dalla collezione dei ritratti di scrittori, oggi conservata alla Fondazione racalmutese dedicata all’autore. Ho creduto opportuno estendere questa definizione anche agli artisti (incisori, disegnatori, pittori) amati da Sciascia, irrelati da una sorprendente comunanza di temi e motivi, che sottende nell’autore siciliano una profonda religiosità – a fronte del suo razionalismo laico – la ricerca di un senso che trova risposta in quel “sistema di oggetti eterni” che è per lui la letteratura. E di conseguenza anche l’arte, “un sistema solare”, di borgesiana memoria, che ordina e dà senso alla realtà caotica ed irrazionale. Un’esemplificazione visiva del concetto di “sistema” ce la offrono, del resto, due artisti molto amati da Sciascia: il simbolista Odilon Redon, ossessionato dall’immagine della sfera simbolo di perfezione, e il surrealista René Magritte, che nel dipinto La voce de venti compone un insieme di asteroidi animati dal soffio vitale, che ruotano in un’armonia eterna. Una perfetta allegoria dell’arte, dunque.

A un certo punto del suo saggio, annota: “…donne desiderate, ma irraggiungibili… anche in Sciascia l’epifania femminile è connessa alla sua quasi invisibilità…”. Ci spieghi meglio…  

Questa mia riflessione scaturisce da un’ennesima suggestione sciasciana presente in Todo modo (libro alquanto stimolante sul fronte dei rapporti letteratura-arti figurative, essendo il narratore protagonista un pittore). In una scena fondamentale del romanzo, ma stranamente trascurata dalla critica, l’io narrante intravede dei conturbanti corpi femminili fra il fitto fogliame di un bosco. A parte l’inevitabile tentazione erotica – tema che ricorre insieme a quello della tentazione spirituale – il narratore intesse un illuminante gioco allusivo con i dipinti del surrealista belga Paul Delvaux. Come non pensare infatti alla figura dell’osservatore-voyeur, tipica dei suoi quadri, al personaggio maschile dall’occhio fisso e curioso intento a scorgere provocanti nudi di donna, senza tuttavia riuscire a vederli? E qui è il nocciolo della questione. Di donne sfuggenti e inafferrabili, persino crudeli, è piena l’iconografia sciasciana – dalla Vedova Roscio di A ciascuno il suo all’Eufrosina del racconto omonimo, “farfalla di morte” - ma quel che conta è ciò che sottende la metafora femminile, emblema della verità irraggiungibile. Il pittore protagonista di Todo modo, come gli alter ego di Delvaux, si ferma infatti dinanzi a una realtà del tutto imprendibile e indecifrabile – simbolo, in ultimo, dell’invisibilità del Potere – perché non ha ancora indossato le giuste lenti. Solo trascorrendo, cioè, dalla visione retinica alla visione mentale (gli occhi della mente) l’artista potrà intravedere la rivelazione della verità, in una lunga parabola – molto autobiografica – percorsa da tentazioni metafisiche. L’epifania femminile, allora, non è che un preludio ad un’altra, desiderata e forse irraggiungibile apparizione: quella del divino.

(a cura di Valter Vecellio) 

 

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