Leonardo Sciascia, l’arte come forma di impegno e promozione di valori

Intervista a Carmelo Spalanca a cura di Valter Vecellio

“La metamorfosi dell’artista, Leonardo Sciascia dalla narrativa alla saggistica” (Flaccovio editore, pagg.178, 15 euro) è un volume nel quale il professor Carmelo Spalanca, raccoglie una serie di saggi che, scritti ed elaborati in occasioni diverse – relazioni a convegni, saggi per riviste, ecc. – scandagliano in modo originale il pensiero e l’opera di Sciascia: singolare figura di intellettuale, annota Spalanca nella prefazione, che “oscilla costantemente tra due poli, l’invenzione narrativa e la riflessione critica, perché ritiene che la letteratura abbia valore nella misura in cui conosce e razionalizza gli aspetti più caratteristici della realtà”.

Spalanca è docente di Letteratura italiana presso l’università di Palermo; fra le sue pubblicazioni più recenti, “Un’isola non abbastanza isola”; e “Da Regalpetra a Parigi. Leonardo Sciascia tra critica italiana e critica francese”.

Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Professor Spalanca,”La metamorfosi dell’artista. Leonardo Sciascia dalla narrativa alla saggistica”, è il titolo del suo libro. Cominciamo da qui: perché parla di metamorfosi? Lo Sciascia che via via indubbiamente matura e prende consapevolezza piena della realtà che lo circonda, nell’essenza però è sempre lo stesso, la sua lucidità di analisi, il suo essere persona di “tenace concetto” al pari di molti dei suoi protagonisti, è qualcosa che costituisce il classico filo rosso di tutte le sue opere…

 

“Sciascia rimane indubbiamente fedele a se stesso, si compiace di identificarsi con il suo illustre concittadino fra Diego La Matina, definito eloquentemente un uomo di tenace concetto. In realtà, egli si rende conto che il mondo sta cambiando, sta subendo una mutazione epocale: alla civiltà contadina subentra – come ha osservato acutamente Pier Paolo Pasolini – la civiltà capitalistica. È evidente allora che il cambiamento non investe lo scrittore, bensì la società che la circonda”.

Nella nota introduttiva al suo libro lei scrive che esaminando la figura e l’opera di Leonardo Sciascia, “non può sfuggire un fatto molto importante: la metamorfosi dell’artista”. In che senso parla di “metamorfosi”?

“Si allude – come è stato detto precedentemente – alla metamorfosi della società. Di fronte a un mondo sempre più proteiforme, scisso fra il passato e il presente, la nostalgia della civiltà contadina e l’adesione alla civiltà capitalistica, l’artista ha l’obbligo di elaborare gli strumenti gnoseologici più idonei ad interpretare i segni del cambiamento e, nello stesso tempo, a mettere in risalto il mutamento della condizione umana”.

Sempre nella nota introduttiva lei osserva che l’intera opera di Sciascia è percorsa, se così posso dire da un elemento: la scomparsa del ‘mito’, dell’inquirente capace di ricomporre la realtà e di dire la verità su quella realtà. Le chiedo di spiegare meglio questo concetto, perché a me sembra che l’inquirente in realtà, di volta in volta, sia in grado di ricomporla, la realtà e la conseguente verità su quella realtà. Ma essendo realtà e verità indicibili, più che “incapace”, diventa e sempre suo malgrado, impossibilitato a dirla…

“Sciascia si ricollega nei romanzi polizieschi al modello investigativo, di ascendenza anglosassone, che risale all’autore del delitto e sancisce la vittoria della verità sulla menzogna. In realtà, egli comprende che questo modello è inadeguato a rappresentare la società del suo tempo. L’investigatore, infatti, è capace di individuare l’autore del crimine e di ristabilire la verità dei fatti; tuttavia, la società si oppone energicamente all’accertamento della verità; in tale contesto il detective indossa i panni del Don Chisciotte oppure viene ucciso nel momento in cui sta per approssimarsi alla verità. Ne consegue un fatto molto importante: i romanzi polizieschi di Sciascia non hanno un’impronta letteraria ma riproducono il volto feroce dell’Italia contemporanea”.
Ancora una citazione: “Nell’opera di Sciascia esiste uno stretto rapporto fra lo scrittore e il saggista, l’invenzione narrativa e la riflessione critica…”. Aggiunge poi che non è facile scindere le due produzioni. Questione stilistica, perché, come dice lei “la forma e il linguaggio del racconto e del saggio tendono a coincidere”. Ma non crede che tutto ciò sia determinato da una precisa scelta e volontà di Sciascia stesso, che volutamente confondeva i due piani e livelli? 

“Per quanto riguarda l’oscillazione dello scrittore fra due poli, l’invenzione narrativa e la riflessione critica, bisogna precisare che essa non è casuale; anzi, si ricollega a quel modello che, inaugurato tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento da Federico De Roberto, Luigi Pirandello e Vitaliano Brancati, tende ad offrire un profilo corrosivo e demistificante della realtà. in tale ambito, la riflessione critica diventa uno strumento fondamentale per offuscare l’immagine idillica della società e per fare emergere l’immagine drammatica del mondo”.

A un certo punto del suo libro, nel capitolo “Sciascia, il rapporto verità-scrittura e la critica francese”, lei scrive che Sciascia “si fa promotore di ciò che Vittorini chiamava l’impegno naturale, l’impegno che agisce sullo “scrittore” al fuori della sua volontà e lo rende “portavoce” spontaneo di una esperienza collettiva”. Può chiarirci meglio questo concetto?

“Si tratta di un’affermazione che risale al periodo giovanile. In questa fase Sciascia è convinto – sulle orme di Elio Vittorini – che lo scrittore debba manifestare il suo impegno civile, volgendo lo sguardo alle classi umili e assumendo un atteggiamento polemico nei confronti del potere. Nella fase della maturità si assiste – come è noto – ad un mutamento della prospettiva; il suo orizzonte si incupisce sempre più, alla fiducia nel progresso della società subentra gradualmente un profondo disincanto e scetticismo; occorre precisare, tuttavia, che lo scrittore rimane pur sempre fedele a un principio fondamentale: l’importanza della letteratura nella società. Nel corso di un’intervista rilasciata alla giornalista francese Marcelle Padovani egli non esita ad osservare che il compito dell’artista è quello di far trionfare la verità sulla menzogna. Durante il passaggio dalla giovinezza alla maturità Sciascia elabora diversi strumenti gnoseologici, in realtà rimane sostanzialmente legato al canone principale degli esordi: l’opera d’arte non può che essere impegnata, il vero artista è colui che nella sua opera promuove i valori del progresso e della civiltà”.

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