“Caro Mario…”, “Caro Leonardo”… Storia di un’amicizia attraverso “Lettere dal centro del mondo”

È un’amicizia che si dipana attraverso 362 lettere scritte in oltre trent’anni, tra il 1951 e il 1988, quella tra lo scrittore calabrese Mario La Cava e il siciliano Leonardo Sciascia. Il primo risiede in un piccolo paese, Bovalino, sulla costa ionica; l’altro nella più terrigna Racalmuto, incastonata tra Canicattì, Favara, Raffadali, tra Agrigento e Caltanissetta. Sono lettere dal “centro del mondo”, come suggerisce il titolo della bella raccolta curata da Milly Curcio e Luigi Tassoni (Rubbettino editore, pp. 492, 17 euro). Già: perché Bovalino per La Cava, e Racalmuto per Sciascia sono, per l’appunto, “il centro del mondo”, del loro mondo. Per Sciascia, Racalmuto, e in particolare la casa alla contrada Noce costruita vicino alla vecchia abitazione dei nonni e dell'infanzia, era qualcosa di più di un confortevole rifugio di campagna dove trascorrere quietamente l’estate. È il paese dell’infanzia, delle prime emozioni, il paese “termometro” dal quale e attraverso il quale rabdomanticamente cogliere umori e tensioni che si agitano nel paese; ed è da credere che lo stesso fosse Bovalino per La Cava.

Tuttavia in entrambi un insopprimibile desiderio di “evadere” ogni volta che se ne presentava l’occasione: e non per un tedium vitae, quanto per una “sete”, un desiderio di confronti e scoperte, verifiche e incontri. A Bologna, per esempio, Sciascia fa tappa, nel suo lungo viaggio in treno che lo porta a Milano, praticamente solo per andare a rinchiudersi, e a “perdersi” nella libreria antiquaria dell’amico Roberto Roversi, che fa manualmente i pacchetti dei libri con una maestria insuperabile, pubblica i suoi versi al ciclostile perché contesta il circuito della cultura ufficiale, e con acribia compila “Officina”, una delle più belle riviste degli anni Cinquanta, crocevia di intelligenze sulfuree come Pier Paolo Pasolini, Francesco Leonetti, Angelo Romanò, Gianni Scalia. Come scrive Sciascia in una lettera del 2 agosto 1951, “…mi fa piacere che il tuo viaggio sia stato fruttuoso di incontri; così accade anche a me, ma appena rientro nel solito ritmo dei giorni, tutto quello che ho vissuto nei giorni passati in città assume una fredda distanza, come se non mi appartenessero e fossero i giorni di un altro…”.

 

Comincia, il carteggio, con rispettosi e formali “Caro La Cava”, e “Caro Sciascia”; che ben presto lasciano il posto a “Carissimo Leonardo” e “Carissimo Mario”. La Cava è uno dei non molti autori amati e apprezzati da Sciascia che certamente condivideva il lusinghiero giudizio che aveva dato Elio Vittorini: “…Coltiva un suo genere speciale di brevissimi racconti in cui fonde il gusto dell’imitazione dei classici e lo studio naturalistico del prossimo”; La Cava a sua volta è prodigo di elogi e apprezzamenti, quando arriva ogni nuovo libro dell’amico, “Il giorno della civetta”, “Il contesto”, “Todo modo”…

Lettere dove i due scrittori si confidano in piena libertà: i problemi di salute, le quotidianità famigliari, il dolore per la morte di un poeta amico, da entrambi apprezzato, il lucano Rocco Scotellaro, autore de “L’uva puttanella” (“Hai saputo della morte del povero Scotellaro? Mi sono molto dispiaciuto”, scrive La Cava; “Una notizia che mi ha sgomentato”, risponde Sciascia); e ancora: le difficoltà per pubblicare libri e articoli, e ancor più per essere pagati, ché editori e direttori di giornale sono sempre gli stessi a ogni latitudine ed anno; i consigli di lettura, il continuo darsi appuntamenti quasi sempre per imprevisti destinati a saltare, che uno arriva quando l’altro è appena partito, a Roma, a Firenze, a Messina, a Lucca… Gustoso, il primo appuntamento (destinato poi a saltare) che i due si danno nei pressi della stazione di Siracusa: “…mi fermerò un quarto d’ora dopo l’arrivo effettivo del treno all’uscita della stazione e mi riconoscerai perché sono calvo, con gli occhiali, colorito nel volto, di statura piuttosto piccola, con una borsa in mano, vestito di grigio…”; e non mancano momenti apparentemente marginali, però significativi, che “parlano”, come la speciale attenzione di entrambi nel confezionare regali e ghiottonerie alimentari per il Natale, o altre feste, e garantirsi che giungano a destinazione.

Lettere che sono anche una sorta di “diario” a quattro mani, con confidenze rivelatrici: “In fondo”, scrive Sciascia, “vivere così mi piace: leggere un libro al giorno e scrivere un articoo ogni mese; e quando posso una piccola scappata oltre lo Stretto…”. E non mancano giudizi precisi, netti, sulla situazione che entrambi vivono e patiscono: “…Ho concluso”, confida La Cava, il 29 marzo 1955 “che il costume liberale è veramente assente dall’Italia. I liberali veri sono un’eccezione, come i poeti, e possono trovarsi in qualunque partito o fuori dai partiti. Ad uomini come noi non resta che esprimere il proprio pensiero nel modo più schietto possibile, e nient’altro: gli altri facciano l’uso che credono delle nostre parole. L’impossibilità d’impedire le speculazioni in qualsiasi senso, rende amara la nostra vita; ma non c’è nulla da fare, almeno per ora…”.

Un “nulla da fare” che tuttavia non impedisce loro di assumere posizioni nette, come quando si tratta di protestare per l’assurda persecuzione cui sono sottoposti Renzo Renzi e Guido Aristarco, gli autori della sceneggiatura de “L’Armata Sagapò”: “…Caro Mario, ho sentito or ora dalla radio la notizia della condanna di Renzi e Aristarco. Non ti pare davvero il caso di farci arrestare tutti? Il caso è gravissimo. Chi ha una penna in mano si può considerare, come si dice in Sicilia, con un piede in galera…”. E confidenze sul voto, a questo o quel partito, la fiducia da accordare a questo o quel candidato, l’opportunità o meno di collaborare a questo o quel giornale…

Sciascia alterna l’attività di scrittore a quella di consulente editoriale per la casa editrice dell’omonimo editore di Caltanissetta Salvatore Sciascia: per il quale dirige una delle più belle riviste di quegli anni, “Galleria”, e alcune collane editoriali, dove pubblica autori come Alberto Bevilacqua, Franco Fortini, Luigi Compagnone, Roversi; ed è straordinario come, da Racalmuto e con gli scarsi mezzi di comunicazione di quegli anni – non esisteva internet, il computer, neppure il fax; il telefono era difficoltoso. Le poste, però, a giudicare dalle date delle lettere, funzionavano allora assai meglio di oggi – riuscisse a seguire e anticipare i fermenti culturali che si agitavano in Europa e non solo in Europa (e valga per tutti lo straordinario fascicolo di “Galleria” del settembre-dicembre 1961 dedicato alla “Letteratura e arte figurativa nella Jugoslavia del dopoguerra”). La Cava, che racconta del suo viaggio in Israele (ne ricaverà un bel “Viaggio in Israele”, prendendo a pretesto il processo intentato contro il criminale nazista Karl Adolf Eichmann che segue per “La Nazione” di Firenze: “E’ un uomo come noi, purtroppo, un uomo incatenato alla sua volontà malvagia…”, annota; quel male presente nella natura umana, ben individuato da Hannah Arendt nel suo “La banalità del male”.

I due curatori (Milly Curcio docente all’università di Roma Tor Vergata e all’università di Pécs in Ungheria; Luigi Tassoni, ordinario anche lui all’università di Pécs e direttore del Dipartimento di Italianistica e dell’Istituto di Romanistica), annotano che le lettere “disegnano progressivamente e con un apice di intensità negli anni Sessanta, il percorso di due caratteri per molti aspetti differenti, anche se fraternamente deferenti l’uno verso l’altro…”.

Un bellissimo e avvincente carteggio (le quasi cinquecento pagine non devono spaventare, vi ritroverete all’ultima in un battibaleno) tra due amici che “tifano” uno per l’altro, mai si coglie un’ombra di invidia, un risentimento… una rara e indefettibile amicizia. E di questa amicizia fa fede, per esempio, un articolo di Sciascia pubblicato su “Tutto Libri”, il supplemento culturale de “La Stampa” del 27 giugno 1987:

Credo di aver letto per la prima volta qualcosa di Mario La Cava nell’ “Italiano” di Longanesi, tra il ’36 e il ’37. E poi nell’ “Omnibus”, settimanale che lo stesso Longanesi aveva cominciato a pubblicare, per l’editore Rizzoli, nell’autunno del ’37 e che non sarebbe riuscito a durare oltre i due anni per quel tanto di naturale antifascismo che il suo nonconformismo e le sue informazioni letterarie ed artistiche contenevano. Non professava antifascismo, né poteva; e del resto Longanesi antifascista non era: ma credo che la mia generazione abbia ricevuto più antifascismo da ‘Omnibus’ che dal proselitismo marxista e rosselliano che in quegli anni cominciava a trovare un certo incremento.

La Cava, mi pare, pubblicava in ‘Omnibus’ con una certa assiduità brevi racconti: note di costume, ‘caratteri’. Con le ‘lettere al direttore’ di Brancati e i brevissimi, metafisici racconti di Enrico Morovich (scrittore ormai da anni in silenzio, e ingiustamente dimenticato), le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello del come scrivere della semplicità, essenzialità e rapidità cui aspiravo. Sicché, quando nel 1939, Le Monnier pubblicò il volumetto dei ‘Caratteri’ (in una collanina stampata con gusto longanesiano, che s’intitolava ‘L’orto’; nome di intendimento strapaesano); io me lo tenni come un piccolo breviario, e facendovi qualche esercizio di imitazione…”.

Ci sono, annotava ancora Sciascia, dei libri che in ogni tempo, nascono ‘classici’; e citava tra gli altri i “Pamphlets” di Courier, le “Storie naturali” di Renard, i “Mimi” di Francesco Lanza, e, appunto, i ‘Caratteri’ di La Cava: “Per quel che della vita colgono e per come sono scritti: libri che non si muovono, che non si rimuovono, che non conoscono ascese e cadute, cui né ombre né risalto danno il mutare dei gusti, delle mode. Libri, si potrebbe dire, ‘che stanno’, e nessuna mano che li tira giù da uno scaffale, mai li butterà via con impazienza…”.

Tra questi libri “che stanno”, oltre ai “Caratteri”, Sciascia citava “I Colloqui con Antonuzza” e “I Colloqui col vecchio maresciallo”, “due piccoli libri memorabili, per chi ne ha memoria”. Ma lo scopo, il fine di quella noticina, diceva Sciascia, voleva essere “un saluto e un augurio a La Cava, vecchio e grande mio amico, scrittore e uomo cui voglio bene e ammiro. Uomo di inarrivabile semplicità, schiettezza e discrezione, di saldi e giusti principi. E scrittore sagace, acuto: di ragione, e anche delle ragioni del cuore che mai tradiscono la ragione. Un saluto e un augurio: ma anche un’esortazione – a chi una tale esortazione compete – che si applichi al suo caso la cosiddetta ‘legge Bacchelli’: La Cava sfiora ormai gli ottanta anni, a giornali e riviste raramente collabora, i suoi libri non si ristampano: nemmeno quei due, i ‘Caratteri’, i ‘Colloqui’, che negli anni Cinquanta furono pubblicati da Einaudi e ai quali, come lettore, mi sento particolarmente legato”.

Di questo felice e fraterno legame, le “Lettere dal centro del mondo” sono limpida e piacevolissima (nel senso del piacere della lettura, ma anche delle informazioni preziose che se ne ricavano), testimonianza. E chissà quanti altri tesori, nelle fondazioni e nei “fondi” Sciascia e La Cava attendono ancora d’essere scoperti e valorizzati. Speriamo di non dover attendere troppo tempo…

Valter Vecellio

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