Il Sud come Europa di Leonardo Sciascia e Vittorio Bodini

D’abitudine Leonardo Sciascia scriveva i suoi romanzi e le sue inquisizioni storiche l’estate, nella calma del suo “buen retiro” alla contrada della Noce, a Racalmuto: il paese dov’era nato, e dove sempre più amava tornare. Racalmuto, confidava, era per lui come una sorta di termometro: gli umori e il “sentire” della gente del suo paese gli consentivano di capire anche gli umori e il “sentire” dell’intero paese. Sbaglierebbe, tuttavia chi immagina uno Sciascia dedito tutto il giorno allo scrivere; tutt’altro. Le sue giornate erano scandite da frequenti incontri con amici che lo raggiungevano, “puntate” in paese o nei paesi vicini; congiunti e amici raccontano che alla scrittura erano dedicate un paio d’ore la mattina, in una stanzetta che a distanza di anni è ancora così come l’ha lasciata e dove lo ritraggono alcune istantanee: mentre pigia con due dita sulla Olivetti “Lettera 22”; ed erano i suoi fogli con pochissime correzioni: evidentemente aveva già scritto tutto in testa, e si “limitava” dunque a trascrivere sulla carta quello che aveva ben chiaro, dopo averlo plasmato per ore e giorni. In più era fornito di prodigiosa memoria, e leggere era una delle sue “attività” a cui si abbandonava con grande diletto.

C’erano poi gli articoli sui giornali. A un certo periodo m’è capitato d’incontrare la sua firma la domenica per una rubrica che contemporaneamente usciva sul genovese “Secolo XIX”, la “Gazzetta del Mezzogiorno” di Bari e “Il Mattino” di Napoli. Ma nel corso della settimana lo potevi “incontrare” su “l’Espresso”, sul “Corriere della Sera”, “La Stampa”, “Il Messaggero”, “Il Globo”…e sporadicamente, quando veniva richiesto e la polemica del momento in cui era stato trascinato lo richiedeva, su molti altri. E tutto senza sottrarre tempo alla frequentazione di mostre, alla compagnia di amici, alle interviste che gli venivano chieste a ritmo quasi quotidiano…

 

Di sicuro Leonardo Sciascia non aveva “negri” che per lui scrivevano. Al più poteva contare su validi aiuti nelle ricerche dei documenti e dei “materiali”, che poi sapeva trasformare nelle sapienti inquisizioni che ci ha lasciato; ma era dotato di un ordine mentale che gli consentiva in poco tempo di svolgere una quantità incredibile di lavoro, che forse è improprio definire “lavoro”, dal momento che Sciascia, come programma di vita, s’era dato quello di non fare nulla “senza diletto”… Come sia, il “diletto” non era solo quello “visibile”: perché Sciascia era anche un formidabile organizzatore culturale. Per anni diresse quella splendida rivista che si chiamava “Galleria”; e da sempre svolse un’intensa attività di consulente editoriale: per Salvatore Sciascia di Caltanissetta, per Sellerio di Palermo, ma anche per Adelphi, Bompiani… Erano consulenze come un tempo si facevano: quando i manoscritti giunti in casa editrice venivano letti, attentamente soppesati; gli autori, che spesso erano amici, li si seguiva e consigliava; i libri erano gioielli non solo per il contenuto, ma anche dal punto di vista tipografico: le copertine erano scelte con cura, le “anonime” note per i risvolti di copertina redatte centellinando le parole…

Infine, i carteggi. All’epoca si scriveva molto, ed erano lettere dense, piene di “notizie”: leggerle e scandagliarle è fondamentale per individuare e seguire i percorsi intellettuali di un autore. Per quanto riguarda Sciascia in particolare, le lettere costituiscono un giacimento prezioso e ancora in buona parte da esplorare. Per fare un paio di esempi: i carteggi con il poeta bolognese Roberto Roversi, e con lo scrittore viareggino Mario Tobino… Alla sede della Fondazione Leonardo Sciascia, a Racalmuto, da anni sono impegnati in una certosina opera di ricostruzione e catalogazione della fittissima corrispondenza di e con Sciascia.

Del bellissimo carteggio La Cava-Sciascia abbiamo già parlato. Ce n’è un altro che merita d’essere segnalato agli appassionati sciasciani: quello con Vittorio Bodini, “Sud come Europa. Carteggio 1954-1960”, curato da Fabio Moliterni (Salento Books, pp. 160, 15 euro).

Un carteggio, quello tra Bodini (ispanista tra i più autorevoli, studioso e traduttore di Federico Garcia Lorca, del “Don Chisciotte” di Miguel de Cervantes, lui stesso poeta e critico) e Sciascia che – nota opportunamente Moliterni , “acquista un significato di rilievo proprio perché indica in una mirabile curiosità intellettuale, spesa tra provincia meridionale, nazione ed Europa, la ragione fondativa di un breve ma denso sodalizio…”. In un periodo particolarmente importante, sono gli anni, sottolinea sempre Moliterni, “nei quali giunge a completa maturazione un lungo apprendistato che prevede per Sciascia, la pubblicazione della sua prima opera organica, ‘Le parrocchie di Regalpetra’ (1956); per Bodini l’uscita della seconda raccolta di poesie, ‘Dopo la luna’, che verrà ospitata in una collana di Quaderni diretta proprio da Sciascia (1956), insieme alla ‘impresa’ della traduzione del ‘Chisciotte’ per Einaudi (1957)…”.

Sono anche gli anni in cui si realizza e si salda una fitta rete di contatti e di amicizie con il meglio della cultura di quegli anni: da Italo Calvino a Elio Vittorini, da La Cava a Piero Chiara, da Pier Paolo Pasolini ad Andrea Zanzotto: Bodini con la rivista “L’esperienza poetica”, Sciascia con “Galleria”: “Un lavoro culturale febbrile e gratuito”, lo definisce Moliterni, “che comprende i risvolti ‘agri’ di questioni meramente tecniche e materiali di tipo redazionale (numero di cartelle, compensi per i collaboratori, revisione, distribuzione e progettazione dei fascicoli), ma in ogni caso permette ai due autori di inserirsi attivamente nel dibattito più vivo di quegli anni…”.

Moliterni, di cui si ricorda un interessante “La nera scrittura. Saggi su Leonardo Sciascia” (B.A.Graphis), ma anche stimolanti volumi dedicati a Roberto Roversi (“Un’idea di letteratura”, Edizioni dal Sud), a Giorgio Caproni, Vittorio Sereni e Primo Levi, ha curato con competenza e amore questo agile carteggio, arricchito da utilissime note esplicative. Lettere che sono anche un sestante che ci permette di ricostruire una evoluzione artistica, culturale e politica nel senso più alto e nobile che si può dare a questa parola. “Sciascia e Bodini”, annota Moliterni, orientano “le rispettive coordinate culturali e politiche (già improntate, del resto, durante il periodo di formazione, a un antifascismo liberale e anti-dogmatico), in direzione di un liberalismo democratico di derivazione azionista che si nutriva, oltre che del confronto con i processi storici nazionali, anche dell’humus della storia e della cultura europee contemporanee: il mondo anglosassone o francese, e soprattutto la guerra civile e la letteratura spagnola della Resistenza e dell’esilio. Ne è prova l’avvicinamento di Sciascia a riviste e periodici di area liberal-socialista o libertaria di cui discute nel corso delle corrispondenze con Bodini, come “Nuovi Argomenti” e “Tempo Presente”, diretto e fondato nel 1956 da Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte…”.

Propone Bodini di realizzare una collana editoriale, “Mediterranea”, che raccolga e accolga “testi antichi e moderni, arabi, spagnoli, portoghesi, catalani e magari provenzali…”; e Sciascia risponde che si tratta di una proposta “che mi piace moltissimo: una biblioteca arabo-ispanica pubblicata in Sicilia, bellissima idea…”. Era il settembre-ottobre del 1956. Bodini e Sciascia avevano capito tutto.

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