Aldo Moro, trent anni dopo

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Leggi l'articolo di Juan Sànchez Torròn su "La Opiniòn" del 9 maggio 2008 in lingua spagnola di cui qui sotto la versione italiana.

 

A Eleonora e Agnese Moro
Il 9 maggio si compiono 30 anni dall’assassinio di Aldo Moro, avvenuto in Italia dopo 54 giorni di sequestro e una dolorosa polemica causata dalle lettere dell’onorevole che i terroristi mandavano alla stampa, in cui si plasmava la supplica ai propri compagni di partito per un negoziato che potesse salvargli la vita. Negoziati estremamente difficili, considerando le richieste eccessive di scambio di prigionieri da parte delle Brigate Rosse. La sensazione di muoversi su un territorio selvaggio ove nulla è ciò che sembra, pervade chiunque si accinga ad addentrarsi nel tortuoso campo della lotta terrorista, dei servizi segreti, degli interessi di partito, della legalità, della ragione di stato, della pietà verso un sequestrato condannato a morte, dell’impotenza delle autorità competenti per salvaguardare la vita della vittima: il tutto mescolato in un magma  da cui è particolarmente difficile trarre conclusioni in quanto i componenti sono mutuamente condizionati e non si puòscegliere un criterio senza tradirne un altro.

Ma una ricerca dall’obiettivo modesto, ma dall’esecuzione ambiziosa e rigorosa può iniziare dall’apparente superficialità delle dichiarazioni della classe politica e dei titoli dei giornali. Piene di retorica: ma la retorica dice spesso la verità. Questo è il fine di Leonardo Sciascia nella sua ricerca su “L’affaire Moro”. Questo procedimento, più sintomatiche che eziologico, si accontenta dell’esame della forma, senza ricercare oltre l’immediato percettibile della forma stessa. Questo modus operandi, che le mentalità cospiratrici rifiuteranno in quanto “superficiale” è, nonostante tutto, il miglior procedimento per scoprire l’ideologia imperante: la prima manifestazione dell’ideologia è sempre la più superficiale e la base della facoltà umana per eccellenza, cioè, il linguaggio. Per questo il caso di Aldo Moro è un riferimento insostituibile per chiunque desideri valutare in modo critico le posizioni e attitudini che devono adottare sia i politici che i giornalisti dinanzi al fenomeno del terrorismo. Un rumore che rimbomberà ripetutamente a sazietà. Qui, come in altri ambiti meno traumatici, ma soprattutto qui, l’ideologia del “consenso” mostra il proprio aspetto più deplorabile, la propria maldicenza, lo stigma della novità, della discrepanza, in nome, di solito, “dell’unità di tutti i democratici contro il terrorismo”: un’unità che non ha nulla a che vedere con la democrazia. Per questo è conveniente esaminare in dettaglio alcune delle reazioni che ha scatenato il sequestro di Aldo Moro a Roma il 16 marzo 1978:
I.    Il giorno stesso in cui Aldo Moro è stato sequestrato, l’onorevole Ugo La Malfa, capo del Partito Repubblicano Italiano, membro della coalizione governativa, indicava: “Questa è una sfida per lo Stato democratico. Bisogna reagire accettandola”. Nulla di nuovo, già affermato con forme e attitudini simili dalla stampa e dai politici di allora: si direbbe che la prima vittima del sequestro non era lo stesso Moro, ma il sistema politico. Un’affermazione che, tra l’altro, potrebbe essere valida in qualsiasi altra classe di regime: uno Stato tollera con difficoltà l’essere sottoposto a sfide, non importa se è democratico o no. Mai come in questo caso diventa evidente la retorica del “Bene Comune”, ideologia totalitaria la cui vera intenzione è deviare lo sguardo del pubblico verso le pretese conseguenze che questi fatti causano alla collettività, ignorando così il primo danneggiato, che non può essere altro che la stessa vittima, lo stesso Aldo Moro. Non è difficile supporre quanto nascondeva questa “netta presa di posizione” per la “democrazia”: stavano già annunciando anticipatamente l’impossibilità di qualsiasi negoziato con i terroristi per salvare la vita del sequestrato. Per caso una “democrazia” può trattare con criminali?”. La falsità di questo dogma radica in quello che non viene detto, che nemmeno uno Stato dittatoriale può accettarlo, il potere tende a non accettare transazioni a meno che venga minacciata la propria sopravvivenza. “L’assioma secondo il quale “Lo Stato non può dare segnali di debolezza” – afferma Rafael Sánchez Ferlosio – appartiene ovviamente al supremo diritto dello Stato come titolare del monopolio della violenza legittima e significa che, ogni qualvolta che lo Stato si trova in un trance che comporta un’effettiva situazione di debolezza, non deve riconoscere questa situazione bensì superarla e far valere, con sangue e fuoco se è necessario, il diritto stesso che come Stato lo costituisce. Polinice non deve ricevere sepoltura”. Gli ostaggi non devono essere riscattati. Ma la differenza, ovviamente, sta nel fatto che una democrazia, almeno teoricamente, esige trasparenza nell’esercizio del potere e rispetto nei confronti del principio di legalità nelle azioni del governo: difficilmente è possibile dare un aspetto onesto a questa esigenza in un negoziato con terroristi. Ciononostante, in questa situazione, non è nemmeno compatibile con la semplice esistenza dei servizi segreti e dei fondi riservati, per poter lo Stato supplire con azioni illegali la propria incapacità o incompetenza per garantire la salvaguardia della vita dei cittadini o la “sicurezza dello Stato” che, come è evidente, non sempre coincide con la sicurezza dei sudditi o cittadini. In queste proclamazioni sfidanti Aldo Moro, prigioniero, poteva intuire il destino che gli era stato assegnato: una sfida tra criminali e governo in cui lui si trovava indifeso e stava per essere schiacciato.
II.    Per raggiungere l’imprescindibile conformità del pubblico nella gestione di un sequestro come quello era necessario, innanzi tutto, sfigurare l’immagine di Aldo Moro. Quando ha inizio lo scambio di lettere del prigioniero ai mezzi di comunicazione, indicando gli argomenti di cui poteva avvalersi il governo per accettare una transazione con i criminali, la reazione fu unanime: tutti proclamarono la morte civile di Aldo Moro, condizione previa e indispensabile per mantenere l’equilibrio necessario delle conoscenze dinanzi all’accettazione della morte fisica che si avvicinava. Aldo Moro lo uccisero due volte. Lo uccisero prima che fosse effettivamente morto coloro che, dopo il sequestro, lamentavano la perdita del “senso di Stato” che il personaggio non aveva mai avuto – virtù o difetto che in Italia era impossibile vere – e, in nome dell’inesistente Stato italiano si predisponevano ora a evitare qualunque negoziato. Il “senso di Stato”, istanza divina che si richiede quando il disastro è ormai inevitabile anzi, anestetico  per il dolore causato dall’accettazione di ciò che solo può produrre un rifiuto inappellabile. Ma, fortunatamente, l’onestà intellettuale di Leonardo Sciascia ci ricorda che Aldo Moro spiccava, già molto prima del proprio sequestro, per aver difeso l’idea che “tra il salvare una vita umana e il tener fede ad astratti principi, si deve forzare il concetto giuridico di ‘stato di necessità’ fino a farlo diventare principio: il non astratto principio della salvezza dell’individuo contro gli astratti principi”. In poche parole, Aldo Moro sosteneva, come assioma, il negoziato in situazioni di “necessità” in cui i principi come la “salvaguardia della legittima autorità dello Stato” o semplicemente “il principio di non cedimento” devono essere posticipati. Concezione probabilmente discutibile in quanto non si afferma che la “salvezza dell’individuo”, non indicando se si tratta di uno piuttosto che di un altro, sia una principio astratto come i principi sacri in nome dei quali lo Stato era pronto ad affrontare quella “sfida”: nel limite di questa tragica scelta solo può esistere un giudizio di valore ed il giudizio di valore di Aldo Moro era evidente. In concordanza con la sua condizione di cristiano. “E non potevano non pensare cosí”, dice Sciascia, “coloro che si dichiaravano cristiani”. È un atto di decenza, di necessaria onestà, denunciare pubblicamente l’ignominia di una classe politica che ha preferito trasformare Aldo Moro in un pazzo piuttosto che accettare che, in quella situazione di resistenza nei confronti di qualsivoglia transazione con criminali, non potevano contare sul nessun tipo di beneplacito. Per questo, mentre elogiavano la sua traiettoria unica come “grande uomo di Stato”, si dedicavano a lamentare la perdita di questo “senso di Stato” di cui, a quanto pare, era stato un fedele esponente fino al giorno stesso del sequestro. Elogio avvelenato che immediatamente lo travolse come una maledizione: l’Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse, capace di sostenere una cosa “assurda” come lo scambio di prigionieri con una banda criminale, non poteva essere l’Aldo Moro che avevano conosciuto gli italiani. E questa presunzione era, già di per sé, sufficiente per, d’ora in avanti, ignorare le missive che potevano essere solo il prodotto di una mente insana o manipolata dai rapitori. Ma è inutile attendere nemmeno una sola parola onesta quando il potere è in pericolo: ed è disonesto persino l’insulto, sostenere l’insostenibile, cioè, che un uomo sequestrato, minacciato a morte, che chiede asilo all’estero, che cerca e trova argomenti con cui poter difendere un negoziato, gli stessi argomenti che, come dimostra Sciascia, aveva già sostenuto in casi precedenti al suo, non lo faccia in piena facoltà e che sia costretto. È ovvio che lo era. Se questa costrizione e minaccia non esistessero non sarebbe necessario chiedere aiuto. La costrizione a cui è sottoposto, che lo obbliga a chiedere soccorso, diventa, mediante un trabocchetto argomentativo che solo la cattiva fede può accettare, un motivo per ignorare questa richiesta. Su Aldo Moro si gettò la lapide funeraria dell’indifferenza altrui, molto più che umiliante e pusillanime della coraggiosa posizione di coloro che, considerando Moro un uomo degno e responsabile, si sarebbero mantenuti fedeli alla negazione di qualsiasi negoziato, in quanto “Roma non paga traditori”, ma senza mai smentire che il Moro prigioniero nella “carcere del popolo” era il Moro che era sempre stato: lucido, astuto, intelligente e, come cristiano, non credente nelle virtù della legittimità delle istituzioni statali, per niente devoto della legge di Creonte, o al “senso di Stato” che ora tutti , nel passato, gli attribuivano. La Democrazia Cristiana - ed il PCI di Berlinguer, anche se questo per motivi ovvi sorprende molto meno – ha scoperto lo Stato quando Moro venne sequestrato e questa scoperta ebbe su di lui un peso irreversibile. Lo Stato, quella scoperta italiana passeggera e assolutamente inoperante, solo valse per abbandonare il prigioniero alla sua sorte, e non per trovare un rimedio alla catastrofica incompetenza delle forze di sicurezza incapaci di trovarlo. Così, per preparare il terreno di una tale enorme e nuova scoperta, democristiani e comunisti incorsero nella canagliata di rendere Moro un cadavere vivente, un soggetto fastidioso “manipolato dalle Brigate Rosse”, in poche parole, in una persona che non sapeva quello che diceva. Insomma, una persona già morta. Non è azzardato pensare che, avendogli attribuito una morte civile, la sua eventuale liberazione, cioè resurrezione, avrebbe causato inquietudine agli apprendisti “statisti” italiani catturati da una avvenimento sacro in una terra che, chissà con eccezione del fascismo in cui il potere mostrò il proprio aspetto più anarchico e criminale, non era mai avvenuto nulla di simile. Possiamo immaginare cosa succederebbe se, dopo un’eventuale liberazione, Moro si trovasse di fronte a coloro che l’avevano calpestato in vita negandogli persino la condizione di soggetto dotato di raziocinio. Ma l’immaginazione non è buona consigliera e può condurre ad estrarre conclusioni da questa ipotesi accusando terze persone di un crimine il cui unico indizio è il beneficio che ne hanno tratto, quindi basta: dicendo meno, si può comunicare molto di più. E infine, per concludere questo ritratto devastante, dobbiamo lamentare che la sensibilità di Sua Santità Paolo VI, in ginocchio davanti agli “uomini delle Brigate Rosse” per supplicare loro di liberare Moro “senza condizioni, riaffermando così la stessa “fedeltà alle istituzioni” in cui il governo proteggeva la sua posizione, non si applicò per avvertire le caste di oligarchi del sacrilegio a cui incorrevano ignorando la supplica di un uomo solo davanti alla morte. Abbandono e codardia papali che fanno sentire la mancanza persino dei tempi felici dei nunzi dispotici che non occultavano la minaccia di scomunica contro l’eterodossia. A Moro non sfuggì, dalla “carcere del popolo” che quel “senza condizioni” papale era la professione ecclesiastica di fede incondizionata nei confronti della Legge di Creonte che lo condannava rispetto alla Legge di Antigone che avrebbe potuto salvargli la vita. Si è visto anche di peggio durante la storia della fede cattolica e dei conflitti ed i rapporti fra il potere spirituale ed il potere terrenale, ma in questo caso non si puo nemmeno che compatire una comunità che il proprio pastore introduce in un conflitto di lealtà così terrificante. Al contrario, gli italiani dovrebbero commuoversi per l’apparente nobiltà di questo gesto, circondati da una classe politica soddisfatta di contare su un vescovo di Roma disposto ad accorrere in aiuto della coscienza del potente, disposto ad accendere una candela a Dio supplicando la salvezza di un prigioniero sebbene  dispensando gli uomini del potere di non far nulla a proposito; e un’altra candela al diavolo, piegandosi verso l’amore allo Stato, che non significa altro che il categorico “senza condizioni”. Per quanto concerne la stampa, rivedere i titoli e gli articoli pubblicati in quelle funeste giornate con l’unico fine di impartire la “retta dottrina” con cui dovrebbero essere interpretate le parole del prigioniero, produce vergogna e desolazione. L’interpretazione “corretta” era già dettata precedentemente dalla decisa volontà di rendere Aldo Moro un essere alienato. Questo Moro lo ignoravano; all’altro, quello prima del sequestro, cioè, lo stesso di sempre, bisognerebbe erigere monumenti e rendergli omaggi postumi: al Moro sacrificato dalla “democrazia”, nonostante lui avesse già spiegato chiaramente il suo rifiuto inappellabile nei confronti di un simile onorevole destino.
III.    Alla fine, chiunque si avvicini al caso di Aldo Moro con l’ingenua pretensione di trovare in quel avvenimento un confronto tra due principi irreconciliabili, cioè, la pietà verso la vittima ed il principio di legalità nelle azioni dello Stato, si scontrerà ben presto con la cruda realtà della ragione di Stato, la cui sola presenza può rendere queste analisi in pura retorica di moralisti e legulei. Lì dove radica la ragione di Stato, la realtà è sempre un’altra. E alla ragione di Stato non si possono chiedere spiegazioni senza chiederle, allo stesso tempo, di non essere più quello che è. A questo proposito, é sempre opportuno ricordare la citazione di Friedrich Meinecke in “L’idea della ragione di Stato nell’Età Moderna”, attribuita al giurista italiano Pietro Andrea Canonhero: “Sono azioni contemplate nella ragione di Stato quelle la cui giustificazione non richiede altro che la stessa ragione di Stato”. L’immagine di un serpente che si morde la coda fino al reciproco annullamento di chi morde e di chi è morso è un ottimo esempio: questa catalogazione di Canonhero può sembrare una burla minacciosa, ma lo stesso concetto di ragione di Stato è di per sé una burla della ragione. Steve Pieczenik, inviato a Roma dal presidente Carter dopo il sequestro, ha riconosciuto che “abbiamo dovuto manipolare la Brigate Rosse per far uccidere Aldo Moro”. Dopo le recriminazioni di Aldo Moro ai propri compagni di partito nelle missive inviate dalla “carcere del popolo”, dopo l’aperta e pubblica opposizione dinanzi alla strategia dell’intransigenza a cui si sono rivolti, Aldo Moro vivo e libero non poteva essere altro che un individuo fastidioso. Fastidioso per un potere implacabile il cui principale assioma è la propria autoconservazione: lo indica bene Canonhero quando sottolinea l’inequivocabile fondamento autoreferente alla ragione di Stato che rende inutile lal richiesta di ulteriori spiegazioni. Un negoziato avrebbe portato lo Stato italiano ad una situazione talmente catastrofica che a sua volta avrebbe causato una “sbandata” generale, secondo lo stesso Pieczenik. Il potere in pericolo. Il potere ha sempre ragioni che la ragione non comprende. E nessun teorico è stato in grado di alontanare la cosiddetta “ragione di Stato” di azioni che ripugnano la morale più elementare. Ma, senza dubbio, lo Stato ha la propria deontologia, la propria morale. Altrimenti il concetto di “ragione di Stato” sarebbe un’invenzione innecessaria. Quindi non si trattava di non negoziare e porre le proprie speranze nella Divina Provvidenza, in quanto la polizia si dimostrò del tutto insufficiente. Prolungare il sequestro non avrebbe fatto altro che peggiorare l’efficacia delle forse di sicurezza incapaci di trovarlo; lo spettacolo grottesco di una classe politica che svergognata e senza ricatto si rifugiava nella vacua retorica della “sfida”, del “rispetto delle vittime” che, secondo Andreotti, impediva ogni trattativa con i terroristi: e con amarezza afferma Sciascia che quest rispetto delle vittime equivaleva a sostenere una soluzione ugualitaria, cioè, ugualmente mortale per le vittime future. Il rispetto dei morti è un’arma formidabile di estorsione, e notevole è la molteplicità dei servizi che offre: dal fanatismo con cui si impone la fiamma sacra della “lotta per cui si è sparso il sangue dei nostri genitori e nonni” fino alla convinzione, spesso frequente, dei condottieri della purezza morale nella lotta antiterrorista, scandalizzati dinanzi a ciò che da lontano suona a distensione, a abbassare la guardia, a negoziato, a “cedimento”: questo è sempre un “tradimento ai morti”.  La salvezza di indeterminate vittime future è ciò che, contraddittoriamente, si allega per giustificare il mancato pagamento di un riscatto e l’abbandono effettivo di un sequestrato alla propria sorte, per non affermare un “precedente”. Ma questa intenzione equivale, nella pratica, all’accettazione effettiva di ciò che succederà: se l’abbandono di una vittima si giustifica con la consapevole allegazione di salvare le vittime future, altre mille vittime, in una spirale interminabile, si giustificheranno con la salvezza di altre mille che, in teoria, dovrebbero esistere. Tutta questa abominevole retorica costituiva l’idea di coloro che credevano che ormai non si poteva più fare nulla. Aldo Moro doveva morire. E dall’accettazione tacita di questo evento tragico derivò tutta una successione di dichiarazioni ufficiali, manipolazioni, retorica, imbrogli, falsificazioni, che trasformarono Moro nella persona che non era mai esistita, nella persona di cui avevano bisogno in quel momento. Basta ricordare l’esempio mostruoso di un Partito Comunista Italiano che, dinanzi la possibilità di toccare il potere, di avanzare nel cosiddetto “compromesso storico” che Moro contribuì a promuovere, contro le più elementari esigenze ideologiche della guerra fredda, aveva bisogno di dare un’immagine di serietà che non si compativa con una qualsiasi velleità di negoziati con terroristi. La strategia di Aldo Moro, il “compromesso storico” ,si oppose allo stesso Moro quando fu sequestrato. Ecco come i comunisti hanno riconosciuto a Aldo Moro l’aiuto prestato. E così quella Democrazia Cristiana, quegli uomini che dicevano di essere cristiani, si consegnarono, anima e corpo, al “senso di Stato”, o, se si preferisce, alla bugia del potere che lo accompagna come l’ombra accompagna il corpo.
Nel cimitero dove riposa Aldo Moro, nella località di Torrita Tiberina, sulla sua lapide si legge il seguente epitaffio:
“In memoria di Aldo Moro morto a causa della cecità criminale delle Brigate Rosse e abbandonato da coloro che considerarono che la salvezza della sua vita non meritasse il disonore di una sconfitta”
Juan Sánchez Torrón

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