Il caso Montalbano

Il Corriere della Sera, 25 ottobre 2006
 
Un saggio di Giovanna Lombardo ricostruisce il lavoro editoriale dello scrittore e i difficili rapporti con Laterza, Bompiani e gli altri
 
Sciascia. Il caso Montalbano, la mafia e le accuse di connivenza di un autore bocciato
 
Prima Laterza, poi Einaudi, Bompiani, Sellerio e infine Adelphi. Sono questo gli editori di Leonardo Sciascia, in un arco cronologico che occupa quarant’anni circa, tra pubblicazioni e consulenze. «Il lavoro editoriale di Sciascia rappresenta un aspetto fondamentale della sua biografia intellettuale»: è quanto sostiene la studiosa Giovanna Lombardo in un saggio appena uscito nella rivista La Fabbrica del Libro, bollettino di storia dell’editoria italiana pubblicato da Franco Angeli. Il saggio ripercorre il carteggio con Bompiani, ma il lavoro di dottorato della Lombardo risale indietro agli anni Sessanta andando a individuare i molti momenti difficili dei rapporti editoriali di Sciascia. Che non furono mai rapporti di consulenza ufficiali, anzi si trattò quasi sempre di scambi piuttosto tormentati che ebbero spesso il carattere di «appuntamenti mancati» soprattutto per il temperamento di Sciascia poco incline al compromesso. Sin dal ‘56, quando da Laterza apparve Le parrocchie di Regalpetra. È nel ‘61 che Sciascia propone un’«antologia del notabile siciliano», che raccolga opere letterarie, discorsi, cronache e dichiarazioni amministrative dal 1848 al dopoguerra. Lo scrittore comincia a muoversi per archivi e a mettere insieme materiali su materiali, mettendo a fuoco il lavoro con Vito Laterza, che aveva accolto il progetto con entusiasmo. Quando però lo stesso Laterza gli chiede di trasformare l’antologia a cura di Sciascia in un saggio firmato, lo scrittore abbandona perché, scrive, «la materia mi si raffredda tra le mani». Eppure, c’era già un indice bell’e pronto: i notabili e la guerra, i notabili e il fascismo, i notabili e gli americani, eccetera, con atti ufficiali sul latifondo, sulla questione meridionale, sul separatismo, sulla mafia, sull’industria dello zolfo.


Parte del materiale raccolto confluirà, nel ‘67, nel libro La morte dell’Inquisitore per il quale considera ancora Laterza l’editore ideale. Il che dimostra quanto Sciascia fosse editorialmente consapevole. Capace di distinguere le sedi più adatte per ogni pubblicazione. La Lombardo segnala una nutrita serie di progetti non realizzati, che diventano però introduzioni per altri libri, note, saggi. Altro capitolo è quello dei pareri di lettura. È ancora in contatto con Vito Laterza, nel ‘63, quando Sciascia esprime il suo «modesto parere negativo» a proposito di un manoscritto sulla mafia firmato dal deputato regionale comunista Giuseppe Montalbano: mette in dubbio che l’«ossessione» dell’autore nei riguardi della mafia sia davvero «genuina» ed esprime il sospetto che il tutto sia dettato da «malafede»: «c’è qualcosa che non va». C’era, al di là delle valutazioni sul libro, un «caso personale» piuttosto scottante: il Montalbano aveva accusato Sciascia e un deputato comunista, Luigi Cortese, di aver agito sul colonnello dei carabinieri Renato Candida (autore di un saggio sulla mafia che gli avrebbe procurato poi l’allontanamento da Agrigento), per fargli tacere le collusioni con la mafia di alcuni comunisti e di «certi notabili democristiani». Sciascia, a scanso di equivoci, confessa a Laterza questo precedente e definisce senza mezzi termini l’accusa «assolutamente pazzesca», senza negare che «simili allucinazioni» gettano una luce di sospetto anche sul libro in esame. «Dunque», aggiunge Sciascia nel parere indirizzato a Laterza, «Lei tenga di questo mio giudizio un conto del tutto relativo, "personale"». L’episodio dovette lasciare il segno nello scrittore se a distanza di anni, in due elzeviri dell’82 e dell’88 (poi raccolti in A futura memoria), ricordando l’amicizia con Candida, Sciascia volle tornarci sopra, come se la ferita di quella calunnia non fosse ancora del tutto risanata. Montalbano, penalista e professore universitario, è stato autore di saggi sulla criminalità, tra cui, nell’82, Mafia, politica e storia dedicato al generale Dalla Chiesa, fu sottosegretario, deputato regionale del Pci, poi dimessosi dal partito. Nel ‘64 è Sciascia a proporre un libro, che però Laterza rifiuta: si tratta di un saggio dell’antropologo siciliano Antonino Uccello su Carcere e mafia nei canti popolari siciliani. Neppure del tutto soddisfacente sarà, nel ‘67, l’unica collaborazione con Mursia, per l’antologia Narratori di Sicilia che Sciascia curerà con Salvatore Guglielmino: il volume esce ma lo scrittore lamenta come «riduttiva» la destinazione scolastica: «Si sarebbe potuto fare di più e di meglio», scriverà. Benché fosse un autore di punta dello Struzzo, non dà molti frutti la sua consulenza per l’Einaudi.
Tra le pochissime riunioni editoriali a cui Sciascia partecipa personalmente, ce n’è una del ‘72 per la quale si presenta in veste di consulente con un puntuale elenco di progetti rimasti lettera morta. Un volume di Giuseppe Pitrè sulle carceri durante l’inquisizione a Palermo, che non piace a Einaudi, uscirà da Sellerio nel ‘77. Una raccolta di scritti di Capuana viene abbandonata per un eccesso di scrupolo: gli viene il dubbio di non saperne abbastanza. Nel ‘71, Calvino gli chiede un parere di lettura su un romanzo dello scrittore colombiano German Espinosa. Il libro viene sottoposto a Sciascia non senza una punta di malizia. Scrive Calvino in una scheda di lettura: «Se Sciascia avesse dato sviluppo alla componente spagnolesca-barocca che invece ha sempre soffocato avrebbe scritto libri più vivi. In questo senso Espinosa può servire a Sciascia rimandandogli una possibile immagine barocca di se stesso». Sciascia ne darà un parere moderatamente positivo: «Bello e interessante anche se un po’ congestionato». Il libro uscirà con il titolo Le coorti del diavolo. Siamo nel ‘76 quando si affaccia un progetto, a cura di Sciascia, su cui Giulio Einaudi si dice entusiasta: si tratta di un volume che raccolga i materiali sulla morte di Pasolini apparsi su quotidiani e riviste. Titolo proposto dall’editore: La seconda morte di Pier Paolo Pasolini. Niente da fare, però, ancora una volta. La lista dei libri di Sciascia apparsi da Einaudi, come si sa, occupa un arco di tempo più che ventennale. Ma anche qui, come si vede, gli «appuntamenti mancati» sono parecchi. Il carteggio con Bompiani, dall’82, rivela il pressante ma vano desiderio dell’editore milanese di portare tutte le opere di Sciascia nella sua scuderia: desiderio che si realizzerà solo per La strega e il capitano, nell’85. Né Sciascia cederà alla richiesta di diventare un consulente stabile e regolare. Andrà in porto, invece, qualche libro d’altri da lui fortemente voluto, ma anche diverse importanti curatele che rappresentano per lo scrittore luoghi sentimentali e passioni intellettuali. Come le Opere di Brancati, gli Scritti dispersi di Savinio, l’introduzione alla Storia della Colonna Infame, l’Almanacco Pirandello.
Ciò non toglie che anche con Bompiani, che nell’83 scriverà a Sciascia ricordando un vecchio incontro milanese «con un occhio ilare e uno lacrimoso», le cose non sempre funzionarono a meraviglia. Per esempio, quando lo scrittore propone un’antologia «di quel vero e proprio sottogenere letterario sempre ignorato che è la lettera di raccomandazione». L’impegno per un libro intitolato Il latore della presente cadrà quando Sciascia si accorge che l’impostazione del volume e la scelta dei documenti (curata da Sergio Coradeschi) va in una direzione che non gli piace. Per Sellerio, il discorso è diverso, ma è già noto grazie al lavoro di Salvatore Silvano Nigro.
 
Paolo Di Stefano

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