Pirandellianamente, Moro uno e due...

Di Leonardo Sciascia
(prefazione al libro La casa dei cento Natali di Maria Fida Moro, Rizzoli editore)

Commentando l’operazione di polizia che ha portato alla liberazione del generale Dozier, un giornalista (di un giornale che pur non partecipando al coro dell’unità nazionale è stato durissimo nei riguardi del comportamento di Moro prigioniero delle Brigate Rosse: ma in nome di un astratto ideale eroico-risorgimentale, senza tener conto che appunto il partito presieduto da Moro era nato e cresciuto in tutt’altro humus) scrive: “Al generale americano vogliamo dare atto d’aver mantenuto, durante la tremenda prova, un contegno dignitoso: risposte ovvie agli ‘inquirenti’ che l’interrogavano, nessuna lettera invocante interventi esterni, nessun appello alla pietà.

Si è comportato da soldato. Il liberato e i liberatori sono stati l’uno degno degli altri”. L’allusione al diverso, opposto, comportamento di Moro, è evidente. Ma è un’allusione gratuita: resa immediatamente gratuita dall’affermazione che Dozier si è comportato da soldato, qual è: vale a dire da uomo la cui professione lo consegna alla regola di quel silenzio che era (c’è ancora?), nel motto dei carabinieri: “usi obbedir tacendo e tacendo morir”. Moro non era un soldato: era un uomo politico al vertice di un partito da trent’anni al potere; un uomo abituato a prendere decisioni e ad assumersi responsabilità, a indicare linee tattiche e strategiche dei cui scopi – si ha l’impressione, e in certi casi più che l’impressione – soltanto lui era pienamente consapevole e che gli altri del suo partito, a diversi gradi di consapevolezza, di consenso, di avversione, di riottosità, finivano col seguire a maggioranza se non unanimemente. Che una volta prigioniero delle Brigate Rosse dimenticasse la sua carica, il suo ruolo, i suoi poteri decisionali e le sue innegabili capacità di mediare, di “compromettere” e, in un certo senso, di corrompere, è impensabile. Ed è da notare che è dalla sua lunga prigionia che comincia il processo di interna corruzione delle Brigate Rosse.

Curiosamente, a quasi tre anni dalla tragica vicenda, l’immagine di un Moro  che invoca interventi esterni e fa appello alla pietà, di un Moro che non si comporta dignitosamente, o quanto meno di un Moro non compos sui, viene ostinatamente, anche se sempre più velatamente, riproposta. E pure gli elementi atti a dissolverla sono già stati acquisiti. E vengono dai suoi carcerieri, dai suoi assassini. E abbiamo così, pirandellianamente, Aldo Moro uno e due: quello evocato in contrapposizione al generale americano e quello testimoniato dai brigatisti pentiti. Contemporaneamente. Negli stessi giorni. Sugli stessi giornali. Già Patrizio Peci, il protopentito, aveva raccontato del comportamento dignitoso di Moro, della sua non collaborazione alla giustizia proletaria stupida e tragica che le Brigate intendevano amministrare, del suo coraggio di fronte alla morte. Ecco ora, dall’ordinanza del giudice Imposimato, venir fuori, a conferma, altre testimonianze. Sono, quella di Peci e queste di Carlo Bozzo e Massimo Cianfanelli, testimonianze indirette, per sentito dire da chi all’azione del sequestro e del cosiddetto processo partecipò, ma poiché diverse sono le fonti e uguale il giudizio sono da considerare attendibili, verifiche. Dice Bozzo: “Riccardo Dura mi parlò del comportamento estremamente dignitoso di Aldo Moro. Costui, subito dopo il rapimento, chiese una Bibbia, che ricevette. A suo modo, Moro si dichiarò prigioniero politico e non offrì alcun tipo di collaborazione alle Brigate Rosse…Certo, Moro criticò alcuni amici di partito per specifici fatti di corruzione, ma rivendicò il ruolo politico della Democrazia Cristiana nella storia dell’Italia democratica. Dura disse che Moro fu una persona molto coerente e dignitosa e coraggiosa”. E Cianfanelli: “La condotta di Moro fu coraggiosa e molto dignitosa nonostante la consapevolezza dell’incombente pericolo per la propria vita”. Si realizzava dunque in quei giorni (e con effetti tuttora durevoli), una contraddizione, un rovesciato ruolo delle parti, un paradosso: che il crescente rispetto delle Brigate Rosse verso il loro prigioniero corrispondeva tra gli amici di Moro, i compagni di partito, i partiti dell’unità nazionale e la stampa che vi si conformava, una disistima e – di fatto – un’interdizione per cui tutto ciò che Moro diceva e proponeva non apparteneva più allo statista che era stato, ma al prostrato prigioniero che era. E un tale atteggiamento era in parte nativo, in parte calcolato. Nativamente, si fondava su quel che Moro avrebbe potuto dire, sulla collaborazione che avrebbe potuto dare all’inquisizione delle Brigate Rosse (e che le Brigate Rosse genericamente affermavano che dava): era, insomma, dettato dalla paura; e su questa paura prevalentemente democristiana si innesta rozzamente, ma con durezza e tenacia non democristiane, il calcolo politico.

Sarebbe bastata un po’ di attenzione alle lettere che venivano dalla prigione del popolo e ai comunicato delle Brigate Rosse per accorgersi che Moro continuava ad essere se stesso; un’attenzione che muovesse però dalla buona fede e che, con una certa sensibilità ed acutezza (non una grande sensibilità, non una grande acutezza), separasse il grano dal loglio: le parole essenziali dalle superflue, nelle lettere di Moro; le spavalde menzogne dalla verità che nascondevano, nei comunicati delle Brigate Rosse. Ma appunto mancando la buonafede quest’attenzione è mancata. Una lettura delle lettere di Moro sotto il segno della coerenza, della dignità e del coraggio che i suoi carcerieri gli riconobbero, è ancora da farsi; così come è da spiegarsi la ragione per cui le Brigate Rosse, che dicevano di volere la trattativa, lo scambio, si siano scagliate contro il solo partito che sosteneva la necessità di trattare e di accedere allo scambio e abbiano stroncato questa possibilità, con l’assassinio dell’ostaggio, proprio nel momento in cui l’opinione di trattare dal Partito Socialista si allargava a una parte della Democrazia Cristiana. Ma è un discorso che abbiamo già tentato di fare, che rifaremo, che sarà fatto e rifatto nella storia di questi travagliati anni del nostro paese. Qui ed ora, di fronte al ricordo del Moro familiare scritto dalla figlia Maria Fida, possiamo dire che non ci sono scarti tra il Modo della vita di ogni giorno in famiglia, tra il Moro docente di diritto, tra il Moro uomo politico e il Moro prigioniero delle Brigate Rosse. C’è un passo delle sue lezioni di diritto tenute all’Università di Bari nel 1946-47 (sul tema dello Stato) che può illuminare il suo comportamento nei riguardi delle Brigate Rosse, la sua inclinazione ad ascoltarne il delirio, a capire e a far capire: “Su tale più larga esperienza di vita, che possiamo fin d’ora identificare con la vasta sfera di competenza dello Stato, la famiglia ha un suo punto di vista coerente con l’idea umana che domina e dà norma alla sua intera esperienza di ordinamento; proprio perché essa a questa più vasta esperienza sociale attribuisce un valore, che non può non essere umano ed etico, il quale sarà evidentemente normativo per questa più vasta sfera di rapporti umani. Con ciò la famiglia dà opera a generare lo Stato, come ordinamento di tutta l’esperienza sociale, in cui la famiglia è ricompressa ed alla quale essa non è estranea, perché la sente del tutto coerente alla sua natura. E come la famiglia negherebbe se stessa, se arrestasse l’ansiosa ricerca di ogni suo membro per una più vasta esperienza umana che ne soddisfi l’esigenza di universalità, così pure negherebbe se stessa, se non riconoscesse lo Stato che appunto si risolve in questa più vasta e complessa esperienza umana, di cui la famiglia sente in se stessa intima e inarrestabile la vocazione. Perciò la famiglia entra a comporre lo Stato e nella famiglia, forse più che in ogni altro organismo, quello trova la sua genesi ideale… La suprema esperienza etico-giuridica dello Stato non può escludere il valore degli aggregati particolari che in esso si pongono, ma deve riconoscerli come lo strumento più efficace per la realizzazione piena della sua solidarietà universale…”.   

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