"L'inciampo" di Leonardo Sciascia

di Miguel Gotor

Si intitola “Aldo Moro, Lettere dalla prigionia” (Einaudi, pagg.400, euro 17,50). Raccoglie le lettere che il presidente della Democrazia Cristiana scrisse durante i 55 giorni del suo rapimento da parte delle Brigate Rosse. Lettere che sono precedute e accompagnate da saggi del curatore, Miguel Gotor, docente di Storia moderna all’Università di Torino.

“Lettere”, scrive Gotor, “che interessano dal momento che riescono a essere tante cose insieme: belle, aspre, commoventi, lucide, spirituali, angoscianti, sottili, pungenti, amorevoli, disperate, vitali; ma anche in quanto vi scorgiamo le radici di una riflessione sulla qualità della nostra democrazia e sul valore della cittadinanza, che oggi riconosciamo come questioni centrali”.
Saccheggiamo, ora,  dal risvolto di copertina: “Miguel Gotor non percorre sentieri già battuti da altri e fugge ogni tentazione dietrologica, ma attraverso un appassionante corpo a corpo con un personaggio (Moro: “Il discorso”) e un problema (le BR: “il terrore”), fornisce un contributo innovativo alla comprensione di questo epistolario – forse il più importante del Novecento italiano – nonché alla ricostruzione del “caso Moro” e, più in generale, della storia degli anni Settanta”.
Forse definire le lettere di Moro l’epistolario “più importante del Novecento italiano” è un po’ azzardato;ma certamente quelle lettere costituiscono un “qualcosa” di imprescindibile,di ineludibile. E lo vediamo bene ancor oggi, a trent’anni di distanza da quei giorni tragici; averle dunque raccolte e consentirne una lettura integrale, è certamente operazione meritoria e utilissima.
E veniamo a Gotor. A commento delle lettere, il suo lungo saggio “Le possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore: della scrittura come agonia”, composto da quattro capitoli: “Le condizioni di scrittura”, “Inciampi”, “Caro Francesco, io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato”, “L’antiguerriglia psicologica e il canale di ritorno”. “Inciampi” contiene una critica, pesante e discutibile, di Leonardo Sciascia e del suo “L’Affaire Moro”. Per una sorta di dovere di “conoscenza” e di “memoria” pubblichiamo il capitolo in questione.
    

La forza della scrittura di Moro, di tutta la sua scrittura, non solo di quella distribuita dalle BR, è proprio nella sua mobilità psicologica e istituzionale. Essa, infatti, attraversa fasi diverse che corrispondono alla percezione che il prigioniero ha della situazione esterna in base a quanto gli viene filtrato dai brigatisti. Per questo motivo oscilla dalla depressione all’ottimismo, dall’intimismo al dinamismo decisionale ed è una scrittura che si dipana via via come un’agonia, non perché sia nota la tragica fine dell’autore, ma nel senso etimologico di lotta contro la morte, sempre in favore della vita.

Il vigore morale di questo epistolario è proprio nell’antieroismo programmatico di quest’uomo, nella sua normalità. Alla luce di tali considerazioni, risulta maramaldesco il coro di quanti l’hanno additato al pubblico ludibrio come partigiano mancato. Costoro hanno utilizzato l’argomento del confronto fra le lettere di Moro e quelle dei condannati a morte della Resistenza per vilipendere il cattolico Moro, muovendogli la più gratuita e ingenerosa delle accuse che un vivo possa indirizzare a un defunto, quella di non aver saputo morire, di non aver compiuto una “bella morte”, di non essere stato in grado di bere la socratica cicuta partigiana, di non aver voluto accettare il martirio. In realtà giova ricordare che i pochi resistenti ancora in vita, scampati talvolta a una condanna a morte già sentenziata come nel caso di Giuliano Vassalli, sanno bene che non è possibile giudicare le ultime ore di un uomo e che non esiste un modello di comportamento in quelle condizioni estreme. In un’intervista del 30 aprile 1978, l’ex presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, condannato dai nazisti nel 1944 e salvato da una provvidenziale fuga insieme con Sandro Pertini, non esitava a dichiarare: “Io sono stato nelle mani delle SS, sono stato condannato a morire e sono riuscito a scappare dalla morte per un miracolo; ma noi ci trovavamo in una logica di guerra reale, mentre Moro si trova nelle mani di terroristi che seguono, come ho già detto, solo la logica dell’odio (…). A uomini come me ripugna l’atteggiamento di chi assume l’abito di Catone, di un falso Catone, e finge di ignorare che contro il prigioniero, i terroristi usano, oltre all’arma della pressione, implacabile, incessante, ossessionante, anche quella della paura, la paura di essere uccisi”. E proseguiva: “Non si può rimproverare a Moro la paura di morire per un motivo assurdo” (1). In quei giorni, non pochi rinfacciarono al presidente della DC un comportamento vile, così da mostrare, come scrisse Adriano Sofri, “di sapere per certo che, al posto di Moro avrebbe(ro) avuto ben più coraggiom ben più dignità. Gliene sia risparmiata la prova, ma la meriterebbero (2).

Il secondo inciampo interpretativo di questa vicenda è costituito, a mio parere, dalla riflessione di Leonardo Sciascia, che dedicò alle lettere di Moro un fortunatissimo pamphlet scritto di getto nell’agosto 1978, l’Affaire Moro. Il più noto commentatore di questo epistolario ha ritenuto di cogliere nella condizione tragica e coatta di Moro prigioniero un paradossale stato di libertà espressiva. Una preziosa situazione in cui l’uomo politico avrebbe avuto la possibilità di recuperare la propria autentica identità, finalmente affrancato dalla tabe del potere e dalle convenzioni imposte dalla sua dimensione pubblica (3). Una simile interpretazione, fondata sul predominio di un’esigenza estetica e letteraria, induceva lo scrittore siciliano a eludere un confronto con i testi e con le condizioni materiali e storiche in cui essi furono prodotti. Sciascia partiva dall’assunto che si dovesse riconoscere ai sequestratori di Moro “un’etica carceraria”, ispirata, più o meno direttamente, dalla lettura del “sorvegliare e punire” di Michel Foucault (4). A suo giudizio, parte fondante di questa moralità rivoluzionaria sarebbe stato l’ammirevole “zelo postale” con cui i brigatisti distribuirono le lettere del prigioniero, animati dal “preciso scrupolo di osservare la norma costituzionale relativa al segreto postale, all’inviolabilità della corrispondenza fra liberi cittadini di un libero paese”. A sostegno della sua tesi, egli affermava che i brigatisti avevano recapitato “non senza rischio da cinquanta a settanta lettere di Moro (minimo e massimo che danno i ben informati)”, una cifra che i fatti e il tempo avrebbero dimostrato destituita di ogni fondamento. Lo scrittore siciliano era visibilmente compiaciuto qui e altrove, del proprio sottile pseudorigore filologico, che gli consentiva di condannare moralisticamente la violenza brigatista e al tempo stesso di blandirla, ma anche di racchiudere in una stessa collana di agudezas, giochi di specchi e calembours, il dramma della vittima e la ferocia dei suoi carnefici, sovrapponendo un estremo all’altro fin quasi af annullarli. E in questo modo, infatti, proseguiva:

Compatibilmente alla loro necessità di un nascondiglio sicuro e dei loro mezzi, le Brigate Rosse davvero avranno cercato di rendere la “prigione del popolo” diversa da quella del SIM di cui hanno immagine o esperienza. Una prigione che non operasse la distruzione della “identità politica e personale” del detenuto…E del resto, nel caso di Moro, il loro interessa era di svelare e analizzare quell’identità integralmente, non di disgregarla o sostituirla. Moro bisognava continuasse ad essere se stesso nella “prigione del popolo”. Al di là della necessaria reclusione – una reclusione che comprendeva anche loro – nessuna costrizione dunque, nessuna violenza fisica, psichica o farmacologia. E al minimo anche, avranno esercitato censura nelle sue lettere. Ma di questa etica Moro non si rese conto e non si fidò: e perciò (…) disperatamente e lucidamente si autocensurò, adattando alla funzione del dire il suo linguaggio del nondire. 

Siamo davanti a uno dei passi più significativi del saggio di Sciascia che rivelano il limite interpretativo di un’opera di indubbio valore letterario, allorquando pretende, almeno nelle intenzioni del suo autore, di assolvere soprattutto una funzione politica e civile. In ogni caso Sciascia ha avuto il merito di cogliere per primo il tema centrale di questo epistolario, ossia il rapporto intercorrente fra i testi, la censura brigatista e l’autocensura dell’autore. Ma nel resto del pamphlet egli non sviluppava questa felice intuizione e si concentrava solo sul non detto di Moro come soggettività individuale, ridotta meccanicamente,un rigo dopo l’altro con maliziosa maestria, a personaggio letterario di derivazione borgesiano-pirandelliana, allo scopo di fare incarnare alla figura di Moro prigioniero la sua idea di letteratura come vita (5). Al contrario il tema della censura brigatista scompariva progressivamente dall’orizzonte in quanto costituiva un problema storico, di rapporti di potere e di relazione fra soggetti in conflitto fra loro e non si prestava, con la perentorietà dei suoi dati esterni e oggettivi, a essere manipolato sul piano retorico, stilistico ed estetico. Sciascia non aveva alcun interesse nei riguardi di Moro come persona, ma si schierava in prima fila nella battaglia sull’autenticità dei suoi scritti dalla prigionia, poiché il tema gli consentiva di indossare i sempre comodi e seducenti panni dell’antipotere istituzionalizzato, del moralista indignato, dello straniero in patria (6), alla ricerca spasmodica di un ruolo di intellettuale civile che potesse occupare lo spazio pubblico lasciato vuoto da Pier Paolo Pasolini, di cui però gli mancava – avrebbe detto Moro – il fervore. Egli era piuttosto attratto dalla situazione di prigionia vissuta dal suo personaggio-uomo e dalla funzione da lui adempiuta all’interno di quel sistema narrativo che la realtà gli offriva in tutta la sua creaturale evidenza. Una condizione di scrittura classica che gli permetteva di declinare con mestiere la nota dialettica tra la prigione del corpo e la liberazione dello spirito, tra la vittima e il carnefice, in cui il gusto estetico, che qui diventa anche opzione morale, consiste nel mostrare come soltanto in carcere si sia davvero liberi e come i ruoli di vittima e di carnefice siano destinati a confondersi fino al consolatorio e autoassolutorio annullamento di qualsiasi giudizio di responsabilità etica, politica e civile. Ma in questo caso l’operazione non riesce, perché il dramma di Moro è troppo vivo e autentico per trasformarsi in modo persuasivo nel piacere estetizzante di una storia che vive “in una sfera di intoccabile perfezione letteraria” e che si svolge “irrealmente in una realissima temperie storica e ambientale”, come il Don Chisciotte di Cervantes o una delle più celebri Ficciones di Borges (7).

La prosa di Sciascia è di mirabile suggestione, l’incipit del suo libro è stato giudicato uno dei più belli dell’intera letteratura del dopoguerra (8),ma l’ammirazione per la “gratuità” e l’ardimento romantico dei brigatisti – che hanno addirittura “rischiato la vita” solo per recapitare gli auguri di Pasqua di Moro alla moglie – non è condivisibile (9). Tale considerazione, ma gli esempi si potrebbero moltiplicare, prescinde da un semplice dato di fatto che forse può essere eluso sul piano letterario, ma non su quello storico. Sciascia, infatti, sembra ignorare che quella missiva di auguri fu recapitata insieme con altre due lettere dal significato politico, fra cui quella a Francesco Cossiga del 29 marzo 1978. Uno scritto cruciale nell’economia dell’intera vicenda, che Moro voleva restasse segreto e i brigatisti divulgarono a sua insaputa, facendogli però credere, con raffinata perfidia censoria, che il responsabile della violazione del patto fosse stato il ministro dell’Interno. Un elemento che Sciascia conosceva e, con licenza poetica, tacque, poiché avrebbe fatto crollare tutto il suo impianto argomentativi, teso a sottovalutare l’intervento censorio dei brigatisti e la loro elaborata manipolazione comunicativa della parola del prigioniero. Sciascia aveva a lungo riflettuto su quella lettera a Cossiga, come dimostra anche l’analisi da lui fornita di una celebre espressione contenuta in quella missiva, in cui Moro affermava di trovarsi “sotto un dominio pieno e incontrollato”. Lo scrittore siciliano, invece di soffermarsi sul senso letterale ma profondo di queste parole, che l’avrebbero costretto a confrontarsi con il dramma di un uomo violentato, non esitava a mettersi alla testa di tutti i dietrologi del trentennio, sostenendo che l’uomo politico, con quella frase, intendeva comunicare che si trovava “in un condominio molto abitato e non ancora controllato dalla polizia”. Sempre nella stessa lettera, quando Moro auspicava un “preventivo passo della Santa Sede”, secondo Sciascia voleva suggerire di essere prigioniero all’interno della Città del Vaticano (10). Una insensatezza enigmatica dopo l’altra, a cui, oltre dieci anni dopo, non avrebbe resistito dallo strizzare l’occhiolino Sofri, per il quale quella del condominio sembrava “un’interpretazione temerariamente ingegnosa e che potrebbe ritenersi perfino confermata dalle notizie su via Montalcini”. E ciò avveniva in una pagina in cui l’ex leader di Lotta Continua confondeva la parola “Rana”, ossia il nome di uno dei collaboratori di Moro, con “Roma”, e segnalava allusivo al lettore: “qualcuno potrebbe immaginare (…) che Moro stia comunicando di trovarsi a Roms, e in una mansarda, Fatto sta che la casa di Moro aveva davvero una mansarda” (11).

Si potrebbe continuare, ma in questa sede si vuole unicamente persuadere il lettore di come il giudizio storico su qualsiasi avvenimento del passato, prossimo o remoto, non possa mai essere disgiunto dal paziente e spesso noioso accertamento documentario e che esigenze allotrie di carattere propagandistico o estetico non aiutino a cimentarsi nell’impresa. Solo in questo tormentato rapporto tra filologia e storia si fonda la possibile autonomia di tale disciplina e si può basare un concetto credibile di prova storica che deve sempre consentire al lettore la verifica del suo discorso. Se le carte sono truccate, anche la partita interpretativa ne esce inevitabilmente falsata e allora la storia si riduce a una delle tante narrazioni possibili, un puro gioco linguistico e retorico, e neppure tra i più divertenti.         

   1) Luigi La Spina, Saragat: “Non si può rimproverare a Moro la paura di morire per un motivo assurdo”,  
         in Il Corriere della Sera 20 aprile 1978.
   2) Adriano Sofri, L’ombra di Moro, Sellerio, pag.70.
   3) Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pagg.214-216.
   4) Leonardo Sciascia, L’Affaire Moro, Sellerio, pagg.18-23.
   5) Ibid. pag.76.
   6) Alcuni esempi ricorrono in ibid. pagg.18,22,77,87 e 133.
   7) Ibid. pagg.26-27.
   8) Marco Belpoliti, Settanta, Einaudi, pagg.3-27.
   9) Leonardo Sciascia, L’Affaire Moro, Sellerio, pag.21.
 10) Ibid. pagg.45-46 e 189 (quest’ultima pagina si riferisce alla relazione di minoranza presentata dal 
       deputato radicale Sciascia alla Commissione Moro il 22 giugno 1982).
 11) Adriano Sofri, L’ombra di Moro, Sellerio, pag.41
    

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