Un raro testo di Leonardo Sciascia sul terremoto del Belice

QUADERNO DI MONTEVAGO

Introduzione di

Leonardo Sciascia

 

Tra i paesi che nella notte dal 14 al 15 gennaio sono stati distrutti dal terremoto, senza dubbio Montevago è quello che più ha colpito il sentimento del mondo ed è diventato simbolo e sinonimo del tragico avvenimento che si è abbattuto su una zona della Sicilia già abbastanza provata dal secolare travaglio della miseria, del sopruso, della violenza. Per tante ragioni: il numero delle vittime principalmente; ma non ultima quella del nome – Montevago – che improvvisamente trovò contrapposizione di atroce ironia nella totale rovina, nel cumulo di macerie che era diventato tomba di cento e più persone.

Nessuno, fuori della Sicilia, sapeva dell’esistenza di un paese chiamato Montevago, al confine tra la provincia di Agrigento e quella di Trapani. Paradossalmente, il paese cominciò ad esistere nel momento in cui, sotto la zampata di una belva immane, finiva di esistere. Case, chiese, memorie d’arte e di storia: disgregate, cancellate per sempre. E tra i motivi per cui la pietà del mondo converse su Montevago distrutta c’è stato appunto questo: che la memoria del paese com’era, attraverso la voce di una bambina che leggeva un compito scolastico, fu subito viva anche in coloro che di Montevago, prima del terremoto, non avevano sentito nemmeno il nome.

 

I compiti erano stati trovati da un giornalista tra le macerie di quella che era stata la scuola media. Erano componimenti su temi quali « Parla della Sicilia e del tuo paese » « dell’autunno », « del Natale », « di una festa del tuo paese » ; e disegni in cui i bambini avevano rappresentato quel che vedevano dalla finestra. Nell’insieme, erano come un almanacco locale: la storia di un paese della Sicilia interna nella storia dell’isola, la vita di ogni giorno, le stagioni, le feste, il lavoro nella campagna, gli animali. Uno di questi compiti fu letto in televisione dalla bambina che giorni prima lo aveva svolto. La voce si levava tremula e irreale tra le rovine, diceva la storia del paese che non era più, ricordava Rutilio Xirotta che lo aveva fondato, i Gravina che lo avevano poi ereditato e tenuto per un paio di secoli, le chiese che la devozione dei signori e del popolo vi avevano edificato e abbellito.

Rutilio Xirotta o Scirotta: aveva fondato Montevago nel 1640, da Filippo IV ne aveva avuto il titolo di principe ; « amante della poesia sicola e toscana, » – dice uno storico – « in pace ed in guerra prestantissimo »: il suo nome sembrava riaffiorare dal sommovimento della terra, pietra tra le pietre rovinate. Principe di Montevago: fantasma in un paese fantasma. E un altro nome: Federico Gravina dei principi di Montevago. E chi si ricordava più, ormai, che il nome dell’ammiraglio, morto a Trafalgar come il suo grande avversario Nelson, fosse legato a questo remoto paese della valle del Belice ?

 

Dalle macerie, dunque, fortuitamente, è stato salvato questo breve almanacco di un anno di vita a Montevago, dell’ultimo anno di vita di Montevago. Non è, come « I Quaderni di San Gersolè », un insieme di componimenti e disegni in cui vividamente, con immediata ingenuità ma anche con compiutezza espressiva, la vita di un paese contadino viene rappresentata. In questo senso, non c’è niente di « bello » nei componimenti dei ragazzi di Montevago. Non sanno esprimersi nella lingua, parola o segno, che la scuola pretende da loro. Qualcuno ha persino copiato. I più hanno fatto i loro compiti nel modo più banale e frettoloso, fatica da cui sbrigarsi al più presto, sforzo della memoria e dell’immaginazione che a scuola non può essere la vera memoria, la vera immaginazione. Ma non ci intrigheremo in un discorso su quello che è qui la scuola, i suoi programmi, i suoi insegnanti, il suo corso e i suoi risultati. Ed anche se ogni tanto c’è come un lampo di quel che il ragazzo veramente sente, questi compiti ci interessano non per i valori espressivi dell’anima infantile ma per il tragico avvenimento che su di essi e sul loro rinvenimento si riflette. Un avvenimento di morte ha reso questi fogli vivi, palpitanti di tenerezza, di amore, di verità. « Nella Sicilia esiste un piccolo paese chiamato Montevago e in questo paese ci sono dei monumenti, alcune chiese e anche un castello detto della Venaria… la chiesa Madre, la chiesa di San Domenico, di San Giuseppe, del Carmine, della Madonna delle Grazie e quella del Collegio ». « Esiste »: è questo che ci commuove, ora che il paese non esiste più. « Parlando del mio paese, Montevago, ricordo tante belle cose: il monumento a Garibaldi, ‘ lu coddu di lu Grecu ’, il panorama dei pioppi, che c’è il fiume Belice… ». « Ricordo »: una parola che ora raccoglie tanta pena.

Alla fine del 1967, i ragazzi della scuola media di Montevago hanno insomma scritto e illustrato una piccola guida ad un paese che il 15 gennaio del 1968 finiva di esistere. « Montevago conta 3000 abitanti, alto 366 metri sul livello del mare ». « Montevago produce molto frumento e arance lungo il fiume Belice ». « Ha un clima molto mite ». « Molti degli abitanti sono andati all’estero per lavorare. E ogni anno vengono a vedere le famiglie, e dopo partono di nuovo a lavorare ». Le chiese. Il parco della rimembranza. La Venaria e la villa di un generale. Il monumento « all’eroe dei due mondi ». L’autunno: «Passando davanti ai frantoi si sente l’odore delle olive… Spuntano dal terreno tanti cappellini colorati, i funghi… Tornano i pettirossi ». Il Natale: « Si vedono tutte le mamme che con i canestri in testa pieni di dolci li portano al forno per cuocerli » ; e « qui a Montevago benchè è un paese piccolo il Santo Natale si svolge con tanto affetto » (il ragazzo di San Gersolè invece di  «benchè» avrebbe scritto «perchè»). La festa del Santo patrono, San Giuseppe: « Il mattino nel corso Umberto I vi erano tante baracche che vendevano semente, in alto erano attaccati tanti archi pieni di lampade colorate. Nella piazza di fronte alla chiesa Madre c’erano tanti lumi… Verso le dieci passò per le vie del paese la banda suonando. Tante persone facevano le tavole, le facevano benedire e invitavano la gente povera a mangiare ».

« Questo paese però non è tanto divertevole », confessa un ragazzo. Eh sì, non lo era: tanto stento, tanta fatica, tanti poveri ; quasi tutta la popolazione giovane emigrata ; le vecchie misere case. Ma un ragazzo aveva trovato ragione di amarlo, e così oggi tutti i superstiti nel ricordo lo amano: « A me piace molto stare in questo paese perchè è il mio paese natio ed anche perchè è silenzioso ».

 

Leonardo Sciascia

 

 

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L’Associazione Amici di Leonardo Sciascia ringrazia sentitamente Anna Maria e Laura Sciascia, per aver cortesemente e generosamente concesso la loro autorizzazione alla pubblicazione del testo dello scrittore qui riprodotto e comparso per la prima volta nel Quaderno di Montevago, pubblicato a Palermo quasi mezzo secolo fa, nell’ottobre 1968.

Il 15 gennaio di quell’anno un fortissimo terremoto aveva colpito la valle del Belice, provocando centinaia di vittime e distruggendo interi paesi. Nei giorni successivi al sisma, il giornalista Bruno Carbone trovò tra le rovine della scuola media di Montevago una ventina di disegni sul tema “Parlate del vostro paese, Montevago”, che furono pubblicati su L’Ora di Palermo. Successivamente, un deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana, l’ingegner La Duca, rinvenne nelle macerie della stessa scuola fasci di compiti, registri di classe e pagelle.

I disegni furono poi esposti in una mostra a Roma e venduti a favore dei terremotati. Fu infine deciso di realizzare un piccolo volume, intitolato Quaderno di Montevago, per raccogliere alcuni di quei disegni e dei brani tratti dai componimenti di diciassette alunni delle classi IB e IIB, uno dei quali morto nel terremoto. Lo scopo della pubblicazione, come dichiarato nella sua prefazione dal presidente dell’ARS Rosario Lanza, era quello di destinare il ricavato della vendita del Quaderno alla costruzione di un complesso per l’infanzia nella zona di Montevago. Il volume fu realizzato dall’ARS con il concorso dell’Associazione fra le Casse di Risparmio Italiane e sotto il patrocinio dell’UNICEF e della UIPE (Union International de Protection de l’Enfance).

Del comitato di redazione che creò il piccolo libro facevano parte Giuseppe Cardaci, Mario Giorgianni, Leonardo Sciascia, Aldo Scimè, Enzo Sellerio, Vincenzo Stellone. La direzione artistica fu di Enzo Sellerio, che fornì anche delle fotografie, mentre della riproduzione dei disegni si occupò lo studio Scafidi. Furono riprodotte anche delle foto di Fernando Scianna e di B.M. Ventimiglia, deceduto nel terremoto.

Il testo dell’introduzione di Leonardo Sciascia, profondamente e dolorosamente partecipe, non necessita di commenti. Si può dire soltanto che vi si sente, da un lato, l’eco delle Cronache scolastiche, da cui germogliarono Le parrocchie di Regalpetra, e dall’altro il preannuncio di Occhio di capra, il libro che è la dichiarazione d’amore di Sciascia a Racalmuto, e l’unica sua opera che rechi una dedica: “Ai miei nipoti Fabrizio, Angela, Michele e Vito: perché ricordino”.

E proprio per ricordare le vittime dei tanti terremoti che in Italia si sono succeduti anche negli ultimi decenni e fino a pochi giorni fa, più o meno luttuosi, più o meno disastrosi – “Case, chiese, memorie d’arte e di storia: disgregate, cancellate per sempre” – abbiamo pensato di offrire ai lettori questo piccolo grande testo di Leonardo Sciascia.

 

Gli Amici di Leonardo Sciascia

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