Sartre nel Consiglio d’Egitto: la tortura e l’impegno

Sartre nel Consiglio d’Egitto: la tortura e l’impegno[1]

 All’interno del racconto dell’ultima tortura inflitta all’avvocato Di Blasi, nel Consiglio d’Egitto, si trova il noto intervento attualizzante del narratore. Posto al termine del romanzo, ha un rilievo particolare. 

E la disperazione avrebbe accompagnato le sue ultime ore di vita se soltanto avesse avuto il presentimento che in quell’avvenire che vedeva luminoso popoli interi si sarebbero votati a torturarne altri; che uomini pieni di cultura e di musica, esemplari nell’amore familiare e rispettosi degli animali, avrebbero distrutto milioni di altri esseri umani: con implacabile metodo, con efferata scienza della tortura; e che persino i più diretti eredi della ragione avrebbero riportato la questione nel mondo[2].

 In queste righe si fa riferimento alla shoah e di seguito ai francesi che in Algeria e in Francia durante la guerra d’Algeria praticarono la tortura. La question è il titolo francese del volume, con introduzione di Sartre, nel quale Henri Alleg, direttore di «Alger républicain», denunciava le torture che aveva subito ad Algeri[3].

Le molte somiglianze tra il racconto della parte finale della vicenda umana di Di Blasi e il libro francese riguardano chi pratica la tortura o comunque vi collabora; riguardano le torture cui sono sottoposti i prigionieri e i loro effetti, e infine riguardano i torturati.  È possibile in questa sede riportare solo alcuni esempi. 

L’accostamento tra violenze naziste e torture della guerra d’Algeria si trova già nell’introduzione di Sartre: «Nel 1943, in via Lauriston, erano dei francesi a gridare d’angoscia e di dolore. […] ma una sola cosa ci pareva comunque impossibile: che si sarebbero fatti urlare altri uomini, un giorno, in nostro nome»[4]. Il ragionamento, il movimento tra passato e presente è lo stesso del romanzo che riformula, quindi, il testo sartriano.

In tutti e due i testi la medicina collabora alla tortura, ma nel testo del ’900 maggiormente. 

Di Blasi e Alleg resistono alla tortura, hanno un atteggiamento simile: appaiono lucidi, dotati di controllo razionale, usano il ricordo. 

L’episodio finale in cui l’avvocato, nel cortile del carcere, montando nella carrozza che lo porterà all’ultima tortura, da distante saluta, ricambiato, l’abate Vella, che ormai gli è amico, richiama il testo francese, al penultimo capitolo, quando Alleg vede allontanarsi nel cortile del carcere un’auto che forse ha al suo interno il suo amico Audin, il quale sarà poi ucciso[5]

Da un punto di vista più generale, secondo Sartre i lettori si incarnano in Alleg con passione; questo è quanto ottiene anche Sciascia[6]. La vicenda finale di Di Blasi può essere dunque una riscrittura della Questione. È già stato osservato del resto come Il Consiglio d’Egitto sia un romanzo storico innovativo. Per Ambroise[7] la novità è reperibile nella «dinamica della creazione sciasciana» raffigurata nell’attività di falsario di Vella. Sciascia quindi in questo romanzo, con la riscrittura, praticherebbe già la sua particolare idea di letteratura, come farà soprattutto dagli anni ’70 in forme sempre più complesse; in più, non solo rivivrebbe il passato in funzione del presente (come in ogni tradizionale romanzo storico), ma ancor più, trasformerebbe il presente in passato. In particolare la citazione nascosta del titolo dell’edizione francese e la riformulazione di una delle prime frasi dell’introduzione di Sartre sarebbero due indizi lasciati di proposito. 

La letteratura è inseparabile dall’impegno, in quanto ricerca della verità effettuata con i mezzi che le sono propri e che Il Consiglio d’Egitto usa. Nel ’75, candidato nelle liste del PCI al consiglio comunale di Palermo, Sciascia rivolge un appello al voto, nel quale, per spiegare il suo impegno politico, ricorre al J’accuse di Zola, il quale si oppose a una Francia che sarebbe riapparsa anche «durante la guerra d’Algeria»[8]. Come per il caso Dreyfuss, alcuni intellettuali francesi presero posizione, nel caso specifico, contro la guerra d’Algeria, con il Manifesto dei 121, tra essi Sartre. «Tempo presente» di Chiaromonte e Silone, su cui anche Sciascia scrive in quegli anni, nel 1960 pubblica un manifesto che difende la scelta della disobbedienza a comandi ingiusti nella guerra d’Algeria[9]. Nel Consiglio d’Egitto c’è un caso di rifiuto di obbedire a un ordine (il principe del Cassaro, per amicizia verso Di Blasi, rifiuta di andare a catturarlo), che è modellato sul problema dell’obbedienza in regimi totalitari[10]

I gravi fatti della guerra contro l’Algeria hanno ripetutamente richiamato l’attenzione dello scrittore[11], i francesi sono «i più diretti eredi della ragione», ma non vengono nominati con l’indicazione della nazionalità nel commento del narratore: Sciascia, i cui legami con l’illuminismo francese sono molto forti, è dunque stato colpito dal fatto che proprio nel paese dei philosophes si torturasse.

Nell’appello del ’75, però, tace del Manifesto dei 121 e di Sartre, anche perché a quella altezza cronologica ha maturato una distanza rispetto allo scrittore francese; infatti, a Lajolo[12] nel 1981 dice di aver amato di Sartre «la generosità: la sua generosità nell’errore, nello sbagliare». Il termine «generosità» è sartriano[13] e riguarda il rapporto tra lettore e scrittore. Scrivere è un appello al lettore. Lo scrittore pone le ingiustizie perché vengano superate. L’intervento diretto del narratore nel Consiglio d’Egitto è un appello rivolto espressamente al lettore, un atto di generosità, che esprime la volontà e l’invito a cambiare il mondo insieme allo scrittore. Il rinvenimento della citazione e della riscrittura da Sartre (a quanto ci risulta mai ancora osservate) permettono dunque di riconoscere nel romanzo una presenza non secondaria.

[1]     Il testo è una sintesi dell’intervento delle Lezione Sciasciane di marzo in corso di stampa che è possibile visionare al link https://www.youtube.com/watch?v=Gn5ECJw7TP0.

[2]     Leonardo Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, in Id., Opere 1956-1971, Bompiani, Milano, 2004, p. 636, il corsivo è del testo.

[3]     Henri Halleg, La Question, Les Éditions de Minuit, Parigi, 1958.  Henri Alleg, La tortura, Einaudi, Torino,1958.

[4]     Jean-Paul Sartre, Saggio introduttivo, in H. Alleg, La tortura, cit., p. 7.

[5]     L. Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, cit., p. 633. H. Alleg, La tortura, cit., pp. 73, 74-75.

[6]     J.-P. Sartre, Saggio introduttivo, cit., pp. 10-11.

[7]     Claude Ambroise, Invito alla lettura di Sciascia, Mursia, Milano, 1974 [ristampa 2000], pp.111-112.

[8]     Leonardo Sciascia, La corda civile, in «Quaderni siciliani», settembre 1975, pp. 14-15.

[9]     Diritto alla Resistenza. Dichiarazione di solidarietà con gli intellettuali francesi, «Tempo presente», anno V, n. 11, novembre 1960, pp. 785-788 (http://www.bibliotecaginobianco.it/flip/TEP/TEP05-1100/#55/z visto il 5/02/2021).

[10]   L. Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, cit., pp. 598-599.

[11]   Si veda anche il veloce riferimento implicito in Leonardo Sciascia, Le pulizie di Malraux, 12 dicembre 1964, in Id., Quaderno, introduzione di Vincenzo Consolo, nota di Mario Farinella, Nuova editrice meridionale, Palermo, 1991, p. 15, ora in Id., Parigi, a c. di Paolo Squillacioti, fotografie di Ferdinando Scianna, Henry Beyle, Milano, 2020, pp. 33-34.

[12]   L. Sciascia, D. Lajolo, Conversazione in una stanza chiusa, , Sperling & Kupfer, Milano, 1981, p. 63.

[13]   Jean-Paul Sartre, Che cos’è la letteratura? In Id., Che cos’è la letteratura? Lo scrittore e i suoi lettori secondo il padre dell’esistenzialismo, il Saggiatore, Milano, [1960] 2009, pp. 11-121.