Marilena Dossena : "Il mio Leonardo Sciascia"

Con questo delicato, prezioso ricordo scritto da Marilena Dossena, che incontrò lo scrittore a Milano nel 1988, apriamo – in questo 2019 in cui ricorre il trentesimo anniversario della morte di Leonardo Sciascia – una nuova rubrica del sito. “Il mio Leonardo Sciascia” presenterà le testimonianze di persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo personalmente, e di altre che lo hanno conosciuto soltanto leggendone le opere. Per tutti, in ogni caso, Leonardo Sciascia è diventato anche un amico e un maestro di vita, una presenza costante che gli anni che passano rendono sempre più viva.

I ritratti fotografici di Leonardo Sciascia che corredano il testo sono opera di Marilena Dossena. È fatto divieto di riproduzione senza autorizzazione dell’autrice.

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Sono sempre stata un’amante dei libri sin da piccola, prima i fumetti poi via via libri per ragazzi che tutti sappiamo, e di avventura, da Salgari a Jack London, e ho amato i grandi autori francesi e russi. Quando lavoravo alla Mondadori conobbi Arpino, Gotta, Castellaneta, Vittorini. Poi Pratolini, Silone, Tobino, Pavese, Levi. Non posso non ricordare il grandissimo Steinbeck, e Faulkner, Caldwell, Dickens, Hemingway, Remarque (che incontrai alla Scala di Milano e riuscii a farmi fare l’autografo… sulla mano), lo scrittore-filantropo Lapierre e tanti altri. Poi conobbi le opere di Leonardo Sciascia, che diventò subito per me un mito, anche per gli argomenti da lui trattati, che mi appassionavano molto, descritti con fine intelligenza, grande ironia e profonda umanità. Tra i volumi da me preferiti, che descrivono molto bene la mentalità mafiosa ci sono Todo modo, Il contesto, A ciascuno il suo e Nero su nero.

Era l’anno 1988, non ricordo il mese, quando seppi che al Circolo Filologico di Milano, in occasione dell’incontro col noto fotografo Ferdinando Scianna, era prevista la sua presenza, data l’amicizia che lo legava al relatore. Saltai letteralmente sulla sedia e mi ripromisi di intervenire per conoscerlo da vicino. Infatti, il giorno prescelto, mi precipitai nel salone degli incontri del suddetto Circolo; lui non c’era ancora ed io tenevo d’occhio l’ingresso con ansia finché non lo vidi arrivare, col suo viso quasi sofferente, il corpo minuto, appoggiato ad un bastone e accompagnato dalla moglie. Si accomodò quasi in fondo, abbastanza vicino a me, così riuscii a fargli qualche foto (mia grande passione), che lui accettò con molta pazienza. Ero travolta dall’entusiasmo e da una profonda emozione; per potergli parlare senza disturbare l’uditorio, dovetti in pratica inginocchiarmi accanto alla sua sedia e, col cuore che batteva a mille, gli chiesi un incontro per potergli fare dei ritratti fotografici. Lui mi guardò, sollevando un angolo della bocca in un tentativo di sorriso e acconsentì, dandomi appuntamento per il giorno dopo, nel pomeriggio, presso l’albergo dove alloggiava, sito nel centro della città.

Esultante, mi presentai il giorno dopo all’hotel, dove mi attendeva nel bar: mi si rivolse coi i suoi modi gentili, facendomi sentire subito a mio agio. Fra una foto e l’altra, iniziammo a discorrere di arte e letteratura, argomenti preferiti da entrambi.

Al momento di salutarci, mi confessò che il medico, per una grave malattia agli occhi, gli aveva proibito di farsi fare delle foto col flash, lasciandomi mortificata, ma lui, con un gesto della mano, si schermì affermando che non gliene importava. Ho fotografato molte personalità nella mia vita (artisti, scrittori, pittori, giornalisti, vescovi, scalatori, ecc.) e alcuni li ricordo con affetto, altri con ammirazione e simpatia, ma pochi mi sono rimasti nel cuore: Leonardo Sciascia, Valentino Bompiani, Fabrizio De Andrè, la madre coraggio Angela Casella, Luciana Savignano, Walter Bonatti, Davide Turoldo, Eva Magni e Dario Fo.

Ci rivedemmo pochi mesi dopo (era già l’anno 1989) e gli feci altri ritratti. In quest’ultima occasione, ebbi l’opportunità di conoscere l’incisore Domenico Faro, suo grande amico. Non riuscii più a vederlo, perché la moglie mi confessò che stava male e non riceveva più nessuno.

La notizia della sua morte mi colse in ufficio da dove, affranta, mi rifugiai a casa mia lontano dagli altri che non potevano capire a fondo il mio dispiacere.

Marilena Dossena

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