Andrea Capaccioni - La caduta del vescovo Ficarra

Nel 1979 l'editore Sellerio di Palermo inaugurava la bella collana “blu” intitolata La memoria con un piccolo libro di Leonardo SciasciaDalla parte degli infedeli.

Lo scrittore tornava ad una vecchia passione: il pamphlet, genere inaugurato con Morte dell'inquisitore nel 1964. In meno di novanta pagine il libro racconta la storia del vescovo di Patti (Messina) e dei suoi rapporti con la Democrazia cristiana cittadina. Monsignor Angelo Ficarra, vescovo della cittadina messinese tra il 1936 e il 1957, era nato a Canicattì nel 1885 ed era diventato sacerdote, dopo gli studi nel seminario di Agrigento, nel 1908. Laureato in lettere classiche a Palermo, si era guadagnato anche la fama di studioso. La sua tesi su San Gerolamo fu pubblicata qualche anno più tardi. Una curiosità: per la copertina l’editore scelse, quasi certamente su indicazione dello stesso Sciascia, il “San Gerolamo nello studio” di Antonello da Messina. I fatti: nel 1957 il vescovo di Patti veniva sostituito alla guida della diocesi ufficialmente per motivi di salute e nel contempo veniva elevato al grado di arcivescovo di Leontopoli, una diocesi “in partibus infidelium”, alla lettera “dalla parte degli infedeli”: come dire promosso ad un incarico formale. Non si trattava del normale avvicendamento di un vescovo che aveva condotto per vent’anni la sua diocesi e che oramai aveva superato i settanta. Dietro c'era qualcosa di più e Sciascia provò a scoprirlo.
Un paio di anni prima, come racconta Matteo Collura nel suo Il maestro di Regalpetra, Sciascia aveva ricevuto da un parente del vescovo un plico con documenti e lettere. Il materiale proveniva direttamente dall'archivio di mons. Ficarra e conteneva anche carte molto delicate come le comunicazioni secretate, pena la scomunica, della Sacra Congregazione Concistoriale, un antico dicastero vaticano che vigilava e vigila ancora sull’elezione dei vescovi e sul governo delle diocesi e che, nel 1967 con Paolo VI, aveva mutato il nome in Sacra Congregazione per i Vescovi.
Lo scrittore era convinto, dopo aver esaminato soltanto le carte che gli erano state inviate, che la sfortuna del vescovo dovesse attribuirsi principalmente ai cattivi rapporti con la locale Democrazia cristiana. Decisiva fu la sconfitta che il partito cattolico subì a Patti per ben due volte, nel 1946 e nel 1949, a favore di liste comuniste e laiche.
La ricostruzione di Sciascia non convinse tutti. “Quel libro” ebbe a dire mons. Ferraro vescovo di Agrigento, da sempre in cordiali rapporti con lo scrittore “era una esercitazione letteraria, a predisposta tesi, non costituiva e non costituisce momento di verità”.
Al di là delle polemiche Dalla parte degli infedeli propone alcune interessanti intuizioni. Sciascia aveva compreso che il vero problema di Mons. Ficarra nasceva da divergenza con il Vaticano. Senza dubbio il voto c’entrava. I documenti della Congregazione citati nel libro mostrano con chiarezza la preoccupazione per un certo andamento degli eventi: “i cattolici possono dare il loro voto soltanto a quei candidati o a quelle liste… di cui si ha la certezza che rispetteranno e difenderanno l’osservanza della legge divina e i diritti della religione e della Chiesa nella vita privata e pubblica”. Ma questa unica spiegazione non convince. In tempi recenti anche la rivista del clero italiano (“Vita pastorale”, 2002), tornata sull’argomento, si è chiesta quale possa essere la verità e ha osservato che “tutto ancora rimane avvolto nel silenzio e tale rimarrà”.
E allora perché per otto anni il dicastero romano pose sotto osservazione la diocesi di Patti e il suo pastore? Da escludere le presunte simpatie moderniste di Mons. Ficarra, il suo operato sarebbe stato sottoposto all’attenzione di altri organismi vaticani ma soprattutto egli non avrebbe potuto condurre per così tanti anni la diocesi. C’è un’ipotesi meno misteriosa, forse più semplice: l’indole religiosa del vescovo di Patti. Sciascia coglie anche questo aspetto, ma lo pone come un elemento secondario nella sua ricostruzione degli eventi. Ficarra era stato definito un contemplativo. Nel corso del suo operato di vescovo era più attento al coinvolgimento spirituale del suo gregge, che agli aspetti dell’”apostolato”, l’espressione è usata dal Vaticano, e in particolare a tutto ciò che riguardava la diffusione della dottrina sociale della Chiesa. Ficarra sembra anticipare di qualche anno la “scelta religiosa” di una parte del cattolicesimo italiano che, per usare le parole di uno dei suoi fautori Alberto Monticone, “mirò a liberare la Chiesa dal coinvolgimento in politica”. Viste così, le vicende di Patti potrebbero sembrare meno inspiegabili.

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