LE POSSIBILITÀ DELLA GIUSTIZIA: ALL'INDOMANI DELLA CERIMONIA CONCLUSIVA DEL CNCS In evidenza

A margine della cerimonia conclusiva del Comitato Nazionale del Centenario Sciasciano: «Quali possibilità forse ancora restano alla giustizia?»

I lavori del Comitato Nazionale del Centenario Sciasciano sono giunti a conclusione con un momento di riflessione significativamente dedicato alle possibilità che – forse, ancora – restano alla giustizia (è disponibile la registrazione di Radio Radicale: https://www.radioradicale.it/scheda/714098/quali-possibilita-forse-ancora-restano-alla-giustizia). Diciamo significativamente nel senso non solo della filosofia dell’opera sciasciana («Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo»), ma anche della sua filologia. Il titolo che ha fatto da sfondo al momento di riflessione è stato infatti ricavato dall’esergo che Sciascia appose al suo congedo letterario da questa vita (Una storia semplice), a sua volta traendolo dal racconto dürrenmattiano Justiz: «Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia».

Sulla rilettura – e interpretazione – dell’opera sciasciana attraverso questo filtro interrogativo-dubitativo si è intrattenuto un qualificato panel. Già nel corso dei saluti istituzionali, l’onorevole Giorgio Mulè, che ha portato i saluti della Camera dei deputati di cui è vicepresidente, ha sottolineato la difficoltà e parimenti la necessità di svolgere un’azione politica che sia «all’altezza di Sciascia», che nell’attualità nostra significa ad esempio far luce su una certa insostenibilità costituzionale dei cosiddetti procedimenti di prevenzione. Dal canto suo, Francesco Petrelli, Presidente dell’Unione delle Camere Penali (che si è fatta anche promotrice dei lavori del Comitato Nazionale), ha rievocato l’accento sciasciano sulla «dolorosa necessità del giudicare», che tale è perché ogni soggetto che rende possibile lo stesso atto del giudicare (e dunque non solo il giudicante o il pubblico ministero, ma anche il difensore) partecipa della sofferenza dell’imputato: sofferenza che è unica, in quanto inflitta all’uomo da altro uomo non contro l’ordine costituito, bensì proprio in nome di questo. Infine, Francesco Izzo – sotto la cui direzione i lavori del Centenario si sono svolti – ha, per un verso, ricapitolato le iniziative, gli studi, le ricerche e le pubblicazioni che, dal dicembre del 2019, sono stati pensati e realizzati per contribuire a dare un futuro alla memoria dello scrittore e, per altro verso, evidenziato l’importanza di porsi il quesito della traduzione normativa dell’approccio politico-culturale di Sciascia ai problemi della giustizia.

La riflessione è proseguita con i contributi di Marco Boato e Francesca Scopelliti, che hanno apportato anche un momento di maggiore coinvolgimento personale. Boato ha ripercorso alcuni momenti salienti dell’esperienza parlamentare che lo ha accomunato a Sciascia (entrambi eletti, per la prima volta, nel 1979 tra le liste radicali), ricordando come gli interventi di quest’ultimo – brevi, asciutti – venissero ricevuti dai colleghi d’aula in «religioso silenzio», e sottolineando come il senso ultimo di quegli interventi – riassunto nel dovere dell’impopolarità nella difesa dello Stato costituzionale di diritto – continui a dar frutto buono, alle volte germogliando in modo inatteso o persino insperato: così è stato con la riforma costituzionale che, nel 2007, contro un certo sentimento radicato nell’opinione pubblica, ha eliminato ogni residua ipotesi di ricorso alla pena di morte. Francesca Scopelliti ha invece tratteggiato le linee essenziali del rapporto tra Leonardo Sciascia ed Enzo Tortora, facendo affiorare il ruolo che il primo ha avuto nella vita, anzi nelle vite del secondo: prima come faro culturale e poi come conforto e tutore. Prezioso il richiamo agli scambi epistolari tra Sciascia e Tortora, nei quali, ha ricordato la Scopelliti, si ritrova un programma di riforma della giustizia centrato più sulla prevenzione dell’errore giudiziario che sulla sua riparazione.

L’intervento conclusivo è spettato al Ministro della Giustizia, onorevole Carlo Nordio, che è stato sollecitato da Emma Bonino, Presidente del Comitato Nazionale, a ragionare sulla coerenza dell’operato in tema di giustizia dell’attuale esecutivo con una direzione, per così dire, sciasciana. Non è questa la sede per valutare la persuasività della risposta del Ministro, mentre è da registrare l’annuncio che egli ha portato, relativo all’intenzione di procedere a breve con la presentazione di un progetto di riforma costituzionale in linea con l’ideale della «giustizia giusta»: separazione delle carriere per conseguire una terzietà del giudicante non solo soggettiva ma anche oggettiva; riforma del CSM per far sì che l’autogoverno della magistratura non traligni in un potere sottratto ai pesi e contrappesi dello Stato di diritto; superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale che dissimula ormai un esercizio di incontrollata discrezionalità.

A conclusione dei lavori del Comitato Nazionale del Centenario, degnamente culminati nell’evento che qui si è voluto rapidamente ripercorrere, resta ferma e viva la grande lezione di Leonardo Sciascia, quella lezione che spesso si è liquidata come pessimista, ma che è invece autenticamente realista. Lo stesso Sciascia ne ha condensato il significato in un passo de La Sicilia come metafora dedicato al suo atteggiamento verso la politica, che egli dice «è paragonabile a quello di Unamuno verso la religione cristiana. Unamuno non credeva all’immortalità dell’anima, ma viveva come se ci credesse. Per quanto mi riguarda, non penso che la politica sia poi granché […]. Ritengo che non si arriverà mai a niente di perfetto, di giusto e di affatto libero, in materia di organizzazione politica e sociale, ma che occorra vivere e lottare come se si fosse convinti di arrivarci».

È in questo orizzonte di impegno che stanno le possibilità che restano alla giustizia: forse, ancora.