Dopotutto, è un mettere le proprie congetture a ben alto prezzo,
il volere, per esse, fare arrostire vivo un uomo.
(Montaigne, Essais)
Leonardo Sciascia è stato sicuramente uno degli scrittori più importanti della seconda metà del ‘900 italiano. L’opera di questo grande intellettuale è caratterizzata da una grande attenzione nei confronti del mondo della giustizia. Le idee di Sciascia sulla giustizia – permeate da uno spirito perfettamente illuminista, caratterizzato dal ricorso quasi stancante al dubbio e all’uso della ragione – sono diventate un importante esempio per generazioni intere di garantisti, per tutti coloro che – per usare la celebre descrizione sciasciana del capitano Bellodi ne Il giorno della civetta – intendono la legge come «uno strumento da usare con precauzione, con precisione, con sicurezza». Decisamente forti sono gli interventi di Sciascia sul caso giudiziario e di cronaca che aveva investito il suo amico Enzo Tortora, conduttore televisivo molto noto di Portobello, che era stato accusato di essere un camorrista nell’ambito di una maxi-indagine contro la NCO di Cutolo. Questo caso – anche per via della notorietà del personaggio di Tortora che conduceva un varietà di successo su Rai Due – si è rivelato essere uno dei più clamorosi errori giudiziari del secolo scorso, viziato in particolare dalle dichiarazioni mendaci rese da alcuni camorristi pentiti; inoltre è stato un esempio clamoroso di violazione della presunzione di innocenza, di mancanza di segretezza nelle indagini istruttorie ed è stato uno dei primi casi di cronaca nel nostro paese che ha dato vita ad un incredibile circo mediatico, foriero di distorsioni della realtà anche grottesche.
Se due grandi uomini del nostro Novecento come Sciascia e Tortora sognavano che la loro opera e il loro esempio potesse servire ai posteri per migliorare il sistema della giustizia nelle sue storture, forse le loro speranze sono state e sono rimaste veramente delle illusioni.
In quest’ultimo periodo è tornato alla ribalta della cronaca il delitto di Garlasco, il caso di omicidio avvenuto in provincia di Pavia il 13 agosto 2007, in cui perse la vita la giovane Chiara Poggi. Dell’omicidio di questa ragazza fu indagato sin da subito il fidanzato della vittima, Alberto Stasi, senza un movente e senza che fosse stata rinvenuta l’arma del delitto. Stasi venne assolto dall’accusa con rito abbreviato, sia in primo grado, nel 2009, che in secondo grado, nel 2011. Poteva essere finita ma mancava ancora un colpevole per l’omicidio di Chiara Poggi; e, come ci dice Leonardo Sciascia in un suo elzeviro ora raccolto in Nero su nero:
«Stranamente […] non c’è italiano o italiana il cui coniuge muoia in circostanze tragiche che sfugga al sospetto dell’assassinio eseguito o commissionato. E non solo al sospetto: spesso dal sospetto, attraverso un paziente incastro di indizi per lo più ambigui, che si possono anche leggere nel senso dell’innocenza, si passa all’incriminazione, al processo istruttorio, al processo dibattimentale. Una trafila che, se finisce con l’assoluzione, riconsegna alla società una persona distrutta; e se finisce con la condanna, non è impossibile consegni al carcere una persona innocente».
Queste parole – scritte da Sciascia circa quarant’anni fa e lette alla luce di questo caso di cronaca – mettono i brividi. Perché dopo ben due sentenze di assoluzione, e in un processo in cui è stato operato in tutta evidenza quel «paziente incastro di indizi» di cui parla lo scrittore siciliano, il 18 aprile 2013 la Corte di cassazione annullò le due precedenti sentenze e al processo d’appello di rinvio il 17 dicembre 2014 Stasi venne ritenuto colpevole e condannato, con una riduzione della pena, a sedici anni di reclusione. Questa sentenza verrà confermata – nonostante la richiesta di annullamento del procuratore – in via definitiva dalla Cassazione il 12 dicembre 2015.
Adesso, nel 2025, a quasi vent’anni dalla morte di Chiara e dopo che Alberto ha quasi esaurito la sua pena come assassino della sua fidanzata, il caso viene riaperto: abbiamo un nuovo mostro, un nuovo assassino, Andrea Sempio. Entrare nel merito di chi sia o meno il colpevole dell’omicidio di Chiara sarebbe fuori luogo. Serpeggia però un forte senso di rabbia nella società, perché, alla luce degli ultimi eventi, è ormai evidente che Stasi, anche se colpevole, è stato condannato non “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Leonardo Sciascia aveva posto sotto la sua lente di ingrandimento queste cadute di tensione della classe giudicante e inquirente già nel secolo scorso: infatti, lo scrittore siciliano sembra essere quasi ossessionato da temi come l’esercizio della giustizia tramite il
dubbio, tramite la ragione, oppure dal fatto che la giustizia e le indagini debbano portare alla verità, e se non vi riescono non ne devono creare una alternativa, parziale, puramente indiziaria.
Il contesto è uno dei romanzi più famosi di Leonardo Sciascia ed è un libro in cui i temi della responsabilità del giudice e dell’errore giudiziario sono onnipresenti. L’opinione pubblica è molto scossa da alcuni pesanti fatti di cronaca che hanno come vittime giudici e sostituti procuratori. Dalla capitale viene inviato a indagare sui fatti delittuosi l’ispettore Rogas, uno dei migliori investigatori in circolazione. Una visione dogmatica e religiosa permea la concezione del diritto de Il contesto: una rappresentazione grottesca e deformata che vuole rendere la cecità di giudici e inquirenti di fronte a qualsiasi forma di verità e giustizia. In tutto il libro l’apparato, il corpo giudiziario – nella sua totalità, perché anche il mondo inquirente viene rappresentato in maniera negativa – si presenta come una feroce macchina che, in preda a una furia cieca, stritola tutti i cittadini, anche quelli che dovrebbe proteggere.
Rogas compie un viaggio sulle tracce della genesi dell’errore giudiziario. L’attenzione dello scrittore si focalizza sulla responsabilità dei procuratori e dei giudici che, tramite l’utilizzo della ragione e l’esercizio del dubbio, dovrebbero vagliare scrupolosamente gli atti. Il fatto che le vittime degli omicidi su cui indaga siano tutti giudici, fa presupporre a Rogas di aver abbastanza indizi «per lavorare sulla ipotesi di una vendetta che un uomo ingiustamente condannato si fosse votato a consumare sul suo accusatore, sui suoi giudici». Rogas si rende immediatamente conto che in gran parte dei processi celebrati da questi giudici «gli elementi che avrebbero potuto portare i giudici a dichiarare l’innocenza degli imputati, [...] prevalevano [...] su quelli di cui si erano serviti per motivare la colpevolezza, la condanna». Durante la ricerca dell’assassino Rogas si trova ad avere una conversazione interessante con uno degli innocenti condannati ingiustamente:
«Sì, ero innocente… Ma che vuol dire essere innocenti, quando si cade nell’ingranaggio? Niente vuol dire, glielo assicuro. […]
Ma non sono tutti innocenti – disse Rogas. – Dico: quelli che capitano nell’ingranaggio.
Per come va l’ingranaggio, potrebbero essere tutti innocenti».
E con queste parole voglio ricollegarmi alla cocente attualità. Alberto Stasi forse è finito nell’«ingranaggio» di cui parla Sciascia ne Il contesto, e solo adesso ne sta uscendo. Rimane comunque il dubbio, la paura, che gli stessi errori che forse sono stati commessi nei confronti di Stasi si commettano adesso nei confronti di Sempio, e che, per la foga di emendare un possibile errore giudiziario, se ne stia commettendo un altro. In conclusione possiamo dire che, in questo clima mediatico infuocato, l’opera di Leonardo Sciascia sul tema della giustizia può proporsi ancora oggi come un faro di civiltà che può illuminare la via ad una società che brancola nell’oscurità.
Marco Laudieri

